Giovanni Battista

Velluti

 

( Corridonia, 28 Gennaio 1780 – Sambruson [Dolo] 22 Gennaio 1861 )

 

   

Velluti

 

Con tristezza si deve innanzitutto dire che Velluti fu l’ultimo degli evirati cantori che varcò i palcoscenici. La sua gloria fu costruita in gran parte anche dal fatto che brillava da solo nel panorama canoro europeo, nel senso che non vi erano dei rivali negli anni migliori della sua carriera, anche se questo contribuì a dipingerlo agli occhi della gente come un fenomeno di circo ambulante.
Nacque nel Gennaio del 1780 presso Ancona, in una località allora chiamata Pausala, poi Montolmo, per un gigantesco olmo che si inalberò fino al 1831 e che infine oggi ha preso il nome di Corridonia, in memoria di Filippo Corridoni, medaglia d’oro della prima guerra mondiale. Il suo vero cognome era non Velluti, ma Stracciavelluti, che venne solo in seguito abbreviato per ragioni di tipo artistico.
Sembra che in un primo tempo i suoi genitori l’avessero designato come futuro soldato, cosa che si desume da una lettera, di poco successiva alla nascita, della madre che così scrive ad un’amica:
“Mi chiedi se sarei stata più felice della nascita di una bambina? Oh, ma in questo caso come potrebbe mio marito farne quel valoroso capitano che sogna? Pensa solo a questo: l’altro giorno mentre lo stava a guardare, esclamò: “Questi diventerà il primo Velluti... di ferro!”
Poiché c’erano queste intenzioni da parte dei genitori, è difficile pensare quali possano esser state le ragioni che li hanno indotti a far evirare il figlio. Certe fonti affermano che fu per errore:
“Il bambino, che soffriva non si sa di quale malattia, venne affidato ad un medico che, deliberatamente o no, mal capì le direttive dei genitori e lo evirò prima che qualcuno potesse fermarlo”. Oramai la cosa era fatta ed a Velluti non restava altra carriera che quella di cantante.
Un’altra versione della situazione del bimbo Velluti invece riguardava il fatto che era affetto da criptorchidia, ovvero della mancata discesa dei testicoli nel loro alloggio naturale, ossia lo scroto, cosa abbastanza normale nei bambini di quell’età. Se il fenomeno non regredisce spontaneamente, come avviene spessissimo, è necessario un intervento chirurgico – oggi basta una terapia ormonica – elementare prima che si superi l’ottavo o nono anno d’età: il punto è che a quest’età si agiva anche per evirare per preservare la voce, e il chirurgo deve esser caduto in questo equivoco, e poi era avezzo alla orchiectomia, e pare diede in pasto al gatto i due piccoli ovuli.
Figuriamoci quanto ci rimasero male i due genitori, che fecero buon viso a cattivo gioco, e siccome gli scaglionati non erano ammessi al servizio militare, non restavano che due scelte: la carriera ecclesiastica o quella del cantante sopranista e sperando bene anche.
La sua prima apparizione in pubblico avvenne in tenera età, quando ebbe modo di esibirsi in una cantata in onore del cardinale Chiaramonti (il futuro Papa Pio VII), quando quest’ultimo visitò Ancona.
Subito dopo il bimbo fu inviato a studiare a Bologna con padre Mattei, a cui era molto simpatico, ma fu costretto per ragioni politiche dell’epoca ad affidarlo ad altri maestri, fra cui l’abate Calpi a Ravenna.
Il momento storico era molto difficile: francesi che invadevano l’Italia, rivoluzioni in fermento dovunque, le teste coronate e le oligarchie cadevano. L’arte canora stava attraversando davvero un pessimo momento.
Velluti riuscì a terminare gli studi indisturbato, mentre i suoi contemporanei si occupavano di politica e di altri simili passatempi, appassionanti, ma altrettanto pericolosi.
Il suo debutto avvenne a Forlì nel 1800 e nel 1803 lo troviamo a Napoli, esibendosi in PIRAMO E TISBE di Andreozzi; il suo nome fu noto a tutti ben presto.
A Roma ottenne un successo particolare cantandovi nel 1805, 1806, 1807 e 1808, con un onorario di 600 zecchini, in varie opere fra le quali LA SELVAGGIA DEL MESSICO e il TRAIANO IN DACIA di Niccolini, l’ANDROMACA E PIRRO di Tritto e in una ripresa degli ORAZI di Cimarosa; seguirono rappresentazioni poi a Milano, con fantastico successo, nel CORIOLANO, un’altra opera di Niccolini, insieme a Cesarini e a Isabella Colbran.
Per Velluti il compositore Niccolini diventò uno dei suoi favoriti, assieme a Morlacchi, tanto che negli ultimi suoi anni di vita era difficile convincere Velluti a cantare in opere di altri maestri, poiché era convinto che questi solo potessero metter in risalto la brillantezza della sua voce. Nel 1809 cantò nell’IFIGENIA IN AULIDE di Federici e nell’ORCAMO di Lavigna, e nel 1810 nel RAOUL DE CRÉQUY di Mayr e nell’ARMINIO di Pavesi.
Nel 1810 Napoleone ascoltò Velluti cantare in occasione della sua visita a Venezia e disse: “Pareils sons je ne crois pas possibles, qu’à ce qui n’est pas homme”, complimento ambiguo che Velluti non apprezzò, tanto che riferitogli il commento imperiale ricontrobatté:
“Non uomo, ma nemmeno quel bestione che di lui il suono del suo cannone rivela!”
L’avversione che Velluti provò per l’imperatore Napoleone non aveva ragioni politiche e neppure gli interessavano le lotte ereditarie delle monarchie, come dimostra il seguente episodio narrato da un cronista dell’epoca:
“Mentre era a Senigallia per la celebre fiera del 1814, Velluti venne scritturato dall’impresario Osca per esibirsi nel CARLO MAGNO di Niccolini. Dall’ultima esibizione del famoso castrato Marchesini, cioè di 32 anni addietro, Senigallia non aveva più avuto modo di ascoltare la voce di un musico nel suo teatro... Il suo canto era lontano dal possedere il patetismo di un Pacchierotti o la sobria e corretta eleganza di un Crescentini... La principessa di Galles doveva presenziare a due spettacoli e per sua richiesta l’opera avrebbe dovuto iniziare al secondo atto. La prima sera, quando Velluti venne a sapere del desiderio di Sua Altezza, irritato com’era dalla forte luce che secondo lui produceva troppo fumo e calore rendendogli quindi difficile il respiro, perse la pazienza e si ribellò a questa richiesta regale; “La mia gola è importante quanto la regina” gridò, e riuscì ad imporsi”.
Sempre nel 1814, Velluti incontrò per la prima volta Rossini, mentre si trovava a Milano per cantare nell'AURELIANO IN PALMIRA. Rossini si irritò moltissimo per le eccessive fioriture che distribuiva nella sua musica, poiché riteneva finissero per mascherare del tutto la sua melodia. Insistette affinché Velluti cantasse le arie esattamente come erano scritte, cosa che seccò enormemente il musico. Ora non si sa bene se sia stato Velluti a giurare di non cantare mai più musiche di Rossini, oppure fosse stato Rossini ad aver giurato di non utilizzare più Velluti, poiché fu mortificato pubblicamente dal momento che la riuscita dell’opera summenzionata è da ricollegare alle variazioni del musico.
In realtà Velluti cantò ancora Rossini, e pare che alla fine i due divennero grandi amici, ma per il momento rifiutarono di riconciliarsi.
Nella stessa stagione Velluti sollevò consensi unanimi nel QUINTO FABIO di Niccolini e col suo trionfo personale impedì la caduta dell’ATTILA del maestro Farinelli, ultima opera eseguita da Velluti alla Scala.
Una avventura amorosa di Velluti in particolare con la Marchesa Clelia G…, che suscitò molto scalpore, costrinse Velluti a lasciare Milano per evitare le ire dei parenti: tutto era iniziato nel 1809 infatti in occasione del carnevale Velluti recitava presso la Scala di Milano nel CORIOLANO, quando il suo fascino ammaliò una giovane ed avvenente marchesa: ne scaturì una relazione che all’inizio si tenne con discrezione: Velluti incontrava la marchesa nel suo camerino o la ossequiava dal palco prima della rappresentazione: si dimostrava prodigo nei regali e negli omaggi floreali, frequentava il salotto della sua dimora. I parenti però accortisi della tresca si agitarono moltissimo: agirono quindi affinché la relazione si interrompesse immediatamente: vietarono alla giovinetta di andare a teatro e di incontrare il musico, a cui era pure stato proibito l’accesso al loro palazzo. Questa situazione degenerò nello scandalo, poiché la marchesina non poté resistere alla separazione, per cui decise di fuggire con armi e bagagli, trasferendosi proprio nella casa di Velluti. Tutta Milano spettegolava su questo fatto. Ma non solo questa avventura si sviluppò a Milano, dove Velluti per le innumerevoli avventure erotiche venne soprannominato “lo sciupafemmene”.
Proprio in questo periodo l’imperatore Francesco emise il bando da tutti i domini italiani contro i castrati, ma fu un documento redatto in termini poco chiari e ben presto finì coll’esser considerato come una delle grida spagnole de I Promessi Sposi.
Velluti era riuscito a farsi scritturare presso il teatro di corte di Modena, dove il duca si era recentemente insidiato nuovamente al potere e, reazionario ad oltranza, pretendeva che tutto si svolgesse come se la rivoluzione francese non fosse mai esistita. Velluti trascorse molto tempo a Modena protagonista di intrighi amorosi, per i quali si fece la nomea di gran seduttore; si può ricordare che si mise insieme a una certa Giannina che cantava nel medesimo teatro, ma che era anche l’amante di un certo Furio Girelli, che aveva fatto molto denaro in modo alquanto dubbio durante il periodo di occupazione francese, ed ora era desideroso di insabbiare il passato, passando per un Mecenate locale.
Giannina acconsentì ingannarlo e voleva “la dimestichezza d’un evirato, perché la stimava senza pericolo”. Tutto filò liscio finché Giannina non si innamorò del bel tenore della compagnia, un certo Corbelli; la cosa non irritò Velluti, poiché si era stancato dell’amante, e così facilitò gli amori della coppia aiutandola a celare la tresca a Girelli.
Questa disponibilità di Velluti fu ricompensata con la fuga di Giannina col nuovo amante, e con la sfuriata e la collera di Girelli, cosa che egli fece, sembra, ricorrendo a un gioco di parole:
“Ma di che cosa mai vi lamentate, Signor mio? Voi affermaste di non voler Corbelli, ma non parlaste punto di corbellature!”
Subito dopo, Velluti si recò in Germania, paese che aveva già visitato con successo e dove era stato designato cantante di camera del re di Baviera. A Vienna fu acclamato con trasporto e, per una stagione, ogni nuova moda fu “alla Velluti”.
Poi si recò a Pietroburgo dove lo aspettava la medesima accoglienza.
Anche una granduchessa della casata dei Romanov si innamorò di lui portandoselo nella sua principesca residenza in Crimea, ma Velluti non si ritenne appagato dall’avere per amante una parente stretta dello zar poiché Velluti era oggetto di continue stizze e gelosie della dama: così ruppe i rapporti con lei molto presto. Esiste una lettera del Velluti che appartiene al periodo
Mentre la relazione era ancora in corso, così egli scrisse a un amico:
“uomo e donna soli soli è la via d’aver figlioli, dice il proverbio, ma per quanto mi riguarda non corrisponde a verità. Fummo talmente soli in Crimea, che alla fine ci togliemmo di dosso i vestiti; ma, o perché dal mio sacco da viaggio mancavano alcuni arnesi, o perché ella soffre di eccesso in una direzione vale a dire ha circa trent'anni in più di quelli che dovrebbe avere, sono giunto alla conclusione che l'unico modo per avere dei bambini a corte è quello di usare una gran quantità di pazienza”.
Subito dopo questo assurdo amore Velluti fece ritorno in Italia senza però perdere il suo evidente gusto per le avventure più bizzarre. Essendo stato, nel 1821, molto applaudito a Bergamo nell’ILDA D’AVENELLO di Nicolini, si recò subito a Milano sperando di combinare una ripresa dello spettacolo Scala. Nella città però alcuni sbirri gli salirono in carrozza e lo conducendolo alla polizia. Non si conosce quale esattamente dovesse essere la sua colpa, ma si pensa si trattasse di una dimenticanza nel procurarsi un passaporto, necessario per gli spostamenti da una città all’altra: la burocrazia infatti, prosperava nell'Italia austriaca, all’inizio del XI secolo, in modo esuberante.
Velluti, affrontando il capo della polizia, non chiese la ragione del suo arresto, ma, immediatamente si mise a cantare un’aria scegliendone apposta una che conteneva queste parole:
“Farmi cattivo é facile
ma non sapreste poi
con tutto questo rendermi
cattivo al par di voi.”
A sentir ciò il funzionario, grande appassionato di musica, cadde in imbarazzo, e finì per scusarsi di aver scambiato il cantante per un noto carbonaro che si riteneva fosse giunto Milano, liberandolo.
Venezia divenne poi sede di trionfi inauditi per Velluti, nonché scenario di divertenti farse fra le quali quella causata alla moglie del sovrintendente della Fenice.
Questa signora, il cui marito era completamente succube, lasciò, prima di partire per la campagna, un messaggio per la sua sarta nel quale diceva che su un certo vestito “non desiderava il velluto”.
Il marito, trovatolo e interpretandolo scorrettamente, licenziò immediatamente il cantante adducendo pretesti poco validi. Quando la moglie ritornò, sostenitrice com’era di Velluti, obbligò il marito a precipitarsi in cerca del cantante e a ingaggiarlo a qualunque costo, accettando qualunque condizione il cantante avesse voluto. Così Velluti si lasciò persuadere a far ritorno e ad impersonare la parte del cavaliere cristiano Armando nel CROCIATO IN EGITTO di Meyerbeer, dove vi era un ruolo scritto espressamente per lui e nel quale sollevava unanimi consensi.
Successivamente, il 16 novembre del 1824, prese parte a Firenze a alla prima di FEDRA, composta dal ministro plenipotenziario inglese lord Burghersh e data nel suo palazzo privato. Lo spettacolo si prolungò per 4 ore e costò a questo nobile dilettante un vero piccolo patrimonio.

 

Velluti

 


Nel 1825 Velluti si recò in Inghilterra, e lord Mount Edgcumbe ci dà un resoconto famoso dell’eccitazione provocata dal suo arrivo:
“Devo ora registrare egli dice un fatto che ha suscitato grande curiosità nel mondo musicale e che per un po' di tempo apportò vantaggi per il teatro, terminando la stagione con gran splendore. Si tratta dell’arrivo di un soprano maschile, l’unico rimasto sui palcoscenici italiani, che per molti anni è stato considerato, forse perché non aveva rivali nel suo campo, il migliore cantante di quel paese. Arrivò con forti raccomandazioni, ma senza contratto ed è rimasto qui per un po' prima che il direttore del teatro ardisse presentare un interprete così insolito e fuori del comune. Nessun cantante di questo genere era apparso sui nostri palcoscenici negli ultimi 24 anni, così la maggior parte di chi una volta veniva deliziato da Pacchierotti, Marchesi e via di seguito, da tempo non lo era più, ed era venuta formandosi una nuova generazione che non aveva mai avuto occasione di udire una voce di questo tipo e che aveva quindi forti pregiudizi verso i castrati. L’accoglienza che gli fu riservata ai concerti fu ostile; la scurrile maldicenza diffusa a suoi danni prima che venisse udito, fu crudele e meschina, solo dopo molte discussioni e molta opera di persuasione e assicurazioni di appoggio, il direttore del teatro lo ingaggiò per il resto della stagione.
Anche allora, tale era il pregiudizio popolare contro i castrati e il generale coro di proteste sollevatesi contro di lui, che furono necessarie solerti precauzioni per assicurargli almeno in parte il favore del pubblico e impedire l’espulsione dal palcoscenico al primo apparire, cosa che sembrava fosse già stata decisa in anticipo. Alla finalmente fu annunciato che la prima apparizione del signor Velluti avrebbe avuto luogo in una serata eccezionale, accordatagli in beneficiata per via del grande peso che si era assunto nell’allestire la nuova opera; cosa che, in realtà, era vera, poiché, avendo egli una perfetta conoscenza del palcoscenico, dirigeva completamente tutti gli spettacoli cui prendeva parte... Nel momento in cui doveva apparire, regnava il più profondo silenzio, spezzato nel suo incedere da un forte applauso di incoraggiamento. La prima nota emessa suscitò un senso di enorme sorpresa, quasi di disgusto, in quegli ascoltatori non avvezzi agli stilemi della scuola belcantistica; ma la sua interpretazione venne seguita con attenzione e infine sollevò applausi unanimi, salvo qualche nota di dissenso che fu rapidamente zittita”.
Si deve però sottolineare che a Londra non erano 32 gli anni in cui il pubblico londinese era avulso dall’ascolto della tipologia vocale dei castrati: Due castrati, sebbene di secondo ordine, il Neri e il Roselli, erano rimasti a Londra fino al 1800. Allora al Roselli, che aveva una voce flebile e di poca potenza, ma controbilanciava questi difetti con un buon gusto e senz’altro se avesse avuto una potenza maggiore sarebbe stato un buon cantante, fu affidata da Mount Edgcumbe la parte principale nella sua opera ZENOBIA, poi però si rivelò assolutamente inadatto nelle prove, fu sostituito dal tenore Viganoni per il quale la musica venne adattata opportunamente al tono. Roselli, offeso, partì immediatamente dall’Inghilterra.
L'opera in cui cantava era ancora IL CROCIATO IN EGITTO e fra gli altri interpreti vi furono madame Caradori di origine tedesca e Maria Malibran, giovane ancora e nota allora col nome di Mademoiselle Garcia. Velluti si rese ben conto delle qualità di quest’ultima, indovinandone la futura grandezza, spronandola a perfezionarsi ulteriormente tramite gli studi.
Mount Edgcumbe non fu assolutamente travolto dall’arte di Velluti; infatti afferma:
“Velluti non è più tanto giovane e la sua voce è già in fase declinante. Pare abbia una ragguardevole estensione, tuttavia necessita, cosa alquanto anomala, dei mezzi toni, molti dei quali sono aspri e duri all’orecchio. Alcune delle sue note sono ancora squisitamente dolci ed egli spesso le allunga, le rafforza e le assottiglia con effetto raffinato. Anche le sue note più basse sono piene e morbide, ed egli sfoggia una grande bravura nello scendere da una nota all’altra con passaggi ingegnosamente studiati per evitare quelle note che lui sa esser difettose. Stilisticamente è ricco, ma privo di imprevisti, i suoi abbellimenti (molti dei quali erano nuovi per noi) pieni di gusto ed eseguiti con semplicità. Canta con uno stile grazioso, delicato ed espressivo, senza però raggiungere mai quel cantabile maestoso, semplice e altamente degno proprio della vecchia scuola e senza toccare nemmeno lontanamente la vera bravura. Manca di altre doti per cui non ha varietà nella sua esecuzione, estranee al suo canto sono la forza e lo spirito.
Fra i grandi cantanti menzionati prima, egli si avvicina molto a Pacchierotti in una sola cosa, e cioè nelle sue deficienze; ma sia chiaro che per contro non può regge il paragone con la eccellenza di Pacchierotti. Velluti ricorda un po’ la figura di Pacchiarotti, ma l’aspetto del Velluti è molto più piacevole, e in gioventù fu ritenuto molto bello. In Velluti vi è molto da approvare e da ammirare nella sua interpretazione e si può ragionevolmente comprendere che all’apice della sua carriera fosse degno della reputazione che si è guadagnato in Italia. Anche in Inghilterra, nonostante i suoi numerosi difetti, produsse una certa sensazione ed annullò i pregiudizi suscitati contro di lui. Ai vecchi riportava piacevoli ricordi; altri, cui la sua voce era nuova, cambiarono opinione consci dei suoi meriti, tuttavia mentre molti dichiararono che in fondo il suo timbro di voce procurava loro più fastidio che piacere. Tuttavia, fosse curiosità o ammirazione sincera, ebbe sempre teatri pieni di gente e fino alla fine della stagione si rappresentò sempre IL CROCIATO”.
Velluti ottenne anche affidato l’incarico della sovrintendenza del teatro per la stagione del 1826; cosa fuori della norma per un cantante del tempo. Era eccezionalmente colto e nella veste di curatore di spettacoli fu uno dei primi ad occuparsi di dettagli come, per esempio la fedeltà storica dei costumi. Ma poi si stancò di queste occupazioni e conseguentemente perse il favore popolare.
Lord Mount Edgcumbe racconta che la popolarità di cui Velluti godeva si assottigliò sensibilmente, e nella sua seconda opera, TEBALDO E ISOLINE di Morlacchi, che egli considera come il suo capolavoro, ebbe un consenso molto basso rispetto il CROCIATO: C’è un aneddoto che ci riferisce di come nella parte di Tebaldo, Velluti doveva cantare in una mattinata le parole “il nostro casto amor”, e subito uno dalle gallerie gli urlò contro “Cosa altro potrebbe mai essere?”: fu sufficiente questa semplice battuta per sollevare tutto il teatro in una grande risata, e si dovette pure faticare molto per riprendere l’opera.
Occasionalmente egli fece il ruolo di Arbace nella SEMIRAMIDE di Rossini ruolo composto, cosa assai curiosa, per il contralto femminile Pisaroni, che orrenda fisicamente preferiva interpretare le parti maschili.
Per colpa di una disputa di carattere finanziario, Velluti si rese inviso nella schiera del suo pubblico. Egli infatti si rifiutò di retribuire le cantanti femminili del coro che avevano partecipato ad uno spettacolo: naturalmente esse si rivolsero al tribunale, e Velluti per contro sostenne che non aveva nessun obbligo di pagamento: infatti esibì un manifesto che aveva fatto affiggere che esordiva con le parole: “Signori coristi”: Dal manifesto quindi Velluti sostenne la tesi che si era rivolto naturalmente ai soli uomini e quindi in tribunale Velluti mise in chiaro la sua posizione, pretendendo di non aver mai avuto intenzione di assumere delle donne per il coro, e che se c’erano state, qualcun altro le aveva introdotte sicuramente contro il suo volere e contro il suo espresso ordine.
Non fu affatto creduto e perse la causa, poiché il magistrato fece notare al musico come egli avesse presentato una difesa non valida;
Il resto della stagione non fu molto seguito e Velluti se ne andò appena finita molto seccato, nel 1829, non ritornando mai più in Inghilterra.
Dopo questi eventi incresciosi in Inghilterra, pare che Velluti abbia cantato raramente in pubblico; Stendhal ebbe modo di ascoltarlo nel 1831 a Venezia in un concerto:
“J’ai entendu Velluti, c’était dans un salon de la place Saint-Marc, au midi par un beau soleil. Jamais Velluti n'a mieux chanté. Il a l’air d’un jeune homme de trente-six à trente-huit ans, qui a souffert, et il en a cinquante-deux; jamais il n’a été mieux..."
Allora però Velluti aveva già abbandonato le scene e si stava dedicando ad una nuova occupazione: quella cioè di gentiluomo di campagna. Allo scopo acquistò un possedimento, interessandosi di tutti i più recenti metodi nel campo dell’agricoltura, quando gli italiani erano molto conservatori in questo campo. Tutto questo però non inibiva il suo dedicarsi ancora alla musica e, fra le altre attività, aiutò il più giovane Garcia a scrivere il suo famoso trattato sul canto.
Nel 1845 si recò a Parigi soprattutto per acquistare materiale agricolo, e ritrovò il vecchio nemico Rossini: ma come spesso accade, gli animi si placano in vecchiaia, per cui i due questa volta non si scontrarono, trascorrendo molto tempo assieme, magari dedicandosi anche ad una continua presa in giro di Berlioz.
Un giorno Velluti stava discutendo sulle potenzialità di un nuovo strumento agricolo, ma Berlioz non capì bene e finì per credere che si trattasse di un nuovo strumento musicale. “Naturalmente” osservò Rossini, “quello strumento è Velluti, il musico” e il cantante aggiunse ridendo: “Voi che scrivete di me mi chiamate “elefante canoro”, non è vero? Bene, l'elefante ha una proboscide e penso che gli si dovrebbe trovar posto nell’orchestra wagneriana insieme a tutte quelle trombe”.
Il possedimento di Velluti, sfoggiava una lussuosa villa e era situata nei pressi del Brenta, e cioè a Bruson, fra Venezia e Padova: col volgere degli anni egli condusse una vita sempre più ritirata, sebbene scrivesse molto agli amici che ancora gli rimanevano, fra cui Rossini. Nel 1849in occasione dell’assedio di Venezia effettuato dagli austriaci, Velluti, recandosi dal medico, si introdusse in sbaglio in un loro accampamento; arrestato, fu condotto dal più vicino ufficiale, che casualmente era proprio un dottore.
Velluti spiegò i suoi sintomi, annotando che un tempo era stato un cantante: il medico allora propose come cura la ripresa canora: Velluti allora si esibì in un’aria della IFIGENIA IN TAURIDE di Traetta.
L’ufficiale ci dice che ricordava il fatto che suo padre parlava del tempo in cui aveva sentito cantare quest’opera, dove Velluti cantava. Suo padre diceva sempre che la sua era la voce più meravigliosa che avesse mai udito.
Velluti quando si scoperse coll’ufficiale, svelando la sua identità, incontrò l’ammirazione del medico e i due finirono per chiacchierare così a lungo che l’ufficiale passò seri guai per aver trascurato i suoi doveri militari.
Velluti morì infine nel 1861 a 80 anni, e i giornali dell’epoca sono colmi di articoli di stupore dal momento che nessuno si immaginava che egli fosse ancora in vita. Velluti era diventato infatti una figura leggendaria e vagamente ricordata di un lontano passato.
Velluti fu una delle eccezioni rispetto gli altri castrati per il fatto che gli si tributarono onori dopo la sua morte fra gli appassionati di musica e del bel canto, in occasione del suo bicentenario per esempio il suo paese natale gli dedicò un concerto, con arie tratte dalle opre che lui era solito cantare ed interpretate dalla mezzosoprano Martine Dupuy; inoltre nella lapide commemorativa sono incise le parole seguenti:
Giovanni Battista Velluti
Ultimo grande cantore
Tra settecento e ottocento
Nelle opere di Paisiello Cimarosa Rossigni Meyerbeer
Maestro di moda e di cultura
La sua città natale
Nel secondo centenario della nascita
Corridonia 27 gennaio 1980
In occasione del Bicentenario della nascita anche il falsettista Guglielmo Gazzani gli dedicò onore alla memoria nel poderoso Festival Musicale della Valle d’Itria a Martina Franca.
Velluti ebbe un carattere bizzarro ed imprevedibile, era eccezionalmente intelligente per essere un cantante, ed univa il fatto di saper essere gentile, spiritoso e perspicace, ma anche il fatto di esser vanitoso e pieno di pretese e addirittura disonesto, forse questo per compensare il disagio di esser uno degli ultimi castrati, e per questo sempre oggetto di curiosità. Univa al fascino di una corporatura alta, snella, lineamenti perfetti e regolari, grandi occhi espressivi e luminosi, una grande ricercatezza nell’abbigliamento, tanto da dettare i canoni della moda,per la gioia di sarti e camiciaie.
 

Nella sua biografia su Rossini lo scrittore francese Henri Beyle, ossia Stendhal, scrive  come semplice cronista a proposito della rappresentazione dell'AURELIANO IN PALMIRA:

" Rossino venne a Milano nel 1814 per scrivere l'Aureliano in Palmira, e conobbe Velluti, che doveva esibirsi nella sua opera.
Velluti, uno degli uomini più belli del secolo, a quel tempo nel fiore del suo
talento e della sua giovinezza, non risparmiava i suoi prodigiosi mezzi.
Rossini non l'aveva mai ascoltato prima, e compose per lui la cavatina della sua parte.
Alla prima prova dell'orchestra, Velluti canta e Rossini è pieno d'ammirazione; alla seconda prova, Velluti aggiunge delle infiorettature, e Rossini trova i suoi effetti giusti ed ammirevoli, e non disdegna la riuscita del pezzo. Alla terza, la ricchezza del ricamo e delle infiorettature non lascia più vedere il fondo della cantilena.
Arriva poi il gran giorno della prima rappresentazione; tutta la parte di Velluti fa furore, ma è a stento che Rossini riconosce la sua musica nel canto del soprano. Quel canto sembra pieno di arcane bellezze, e giunge al cuore del pubblico, che, dopo tutto , non ha torto ad applaudire per ciò che gli reca tanto piacere. L'amor proprio del giovane Rossini fu però profondamente ferito: la sua opera cadeva, mentre solo il soprano trionfava".

 

Tomba a Sambruson di Velluti

 

 

Aneddoti su Velluti

 


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A cura di  Arsace

 

www.haendel.it

 

Ultimo aggiornamento: 11-05-05