Rubinelli

 

( 1753 - 1829 )

 

 

 



Giovanni Maria Rubinelli assieme a Marchesi e Pacchierotti, formò il trio della summa dei castrati destanti il più grande entusiasmo nella Londra musicale degli anni 1780/1790: tale splendore fu secondo solo al quadrunvirato di appena una cinquantina di anni prima, dove rifulgevano a Londra Caffarelli, Farinelli, Senesino e Gizziello.
Sebbene nato a Brescia nel 1753, le prime notizie che si hanno di lui possono farsi risalire al 1766, a Stoccarda, quando si esibiva nella cappella ducale.
Nel 1770, varcò per la prima volta le scene teatrali nell’opera CALLIROE di Antonio Sacchini, divenendo il beniamino di Stoccarda, esibendosi sia in parti maschili che femminili.
A Venezia nel 1774, rientrato in Italia, si esibì nel LUCIO SILLA di Anfossi, a Padova in ATRIDE di Mysliweczek, e a Modena nell’ALESSANDRO NELL’INDIE di Paisiello.
Nel 1776-1778 fu a Napoli, e si impegnò nella esecuzione di VOLOGESO di Rutini, LA DISFATTA DI DARIO di Paisiello, ARIANNA E TESEO di Fischietti, RICIMERO di Guglielmi, e BELLEROFONTE di Platania.
Inaugurò il Teatro alla Scala di Milano nel 1778 con l’opera l’EUROPA RICONOSCIUTA di Antonio Salieri e con l’opera TROIA DISTRUTTA di Mortellari, accanto a Pacchierotti.
Tuttavia nel 1779 fu costretto a sopportare una dura prova: infatti a Milano nella CALLIROE di Alessandri, ben altri 5 castrati, anche se in effetti cantavano nel coro: uno di essi, Antonio Duffo si era procurato molta notorietà e simpatia anche grazie ai suoi capelli riccioluti, al suo petto ben sviluppato, alla morbidezza delle sue forme e alla sua vocina graziosa.
Ecco dunque che un numero consistente di giovani aristocratici, colti dal disgusto per i castrati, decise di allontanarli dal palcoscenico: si riunirono presso un ritrovo dove solitamente si prendeva la cioccolata, per architettare e definire un piano mirante a sabotare la nuova opera che sarebbe andata in scena, la CLEOPATRA di Anfossi, dove doveva apparire anche Rubinelli.
Ma ogni stratagemma si dissolse quando il suo canto apparve alle loro orecchie: esercitò un potere magico da sedare ogni stimolo di indignazione, facendo sì che il gruppo di aristocratici finisse per parlare solo di un ballerino che appariva in un balletto, IL TRADIMENTO DI SINONE, “le cui gambe erano sufficientemente belle da portare alla consolazione per la caduta di Troia”
Con ARTENICE di Tritto, con CATONE IN UTICA di Antonelli e in ANTIGONE di Paisiello conseguì altri successi, specie a Napoli.
Ma fu nel 1786 che giunse a Londra, e qui Charles Burney scrive “il suo viaggio da Roma dove aveva cantato durante il carnevale di quest’anno, non fu molto piacevole, poiché il tempo fu pessimo, tanto che non solo gli si rovesciò la carrozza a Macon, in Francia, ma, dopo aver lasciato la nave su cui aveva viaggiato da Calais e Dover, la barca che gli avrebbe permesso di toccare terra si rovesciò vicino alla spiaggia costringendo Rubinelli a stare immerso per molto tempo fino al mento, comportando questo un danno alla salute, alla voce e persino alla vita….”
MA Apparve per la prima volta sulle scene londinesi con l’opera VIRGINIA il 4 Maggio 1786, e la sua parte era stata composta da Antonio Tarchi, un compositore napoletano che si stava facendo famoso molto celermente. Apparve con una figura alta e maestosa, sfoggiando un contegno docile e benigno. Ogni movimento era contraddistinto da grande dignità, e non appena il pubblico lo udì, non ebbe dubbio alcuno che fosse lui il protagonista.
Possedeva come ci dice Burney, un trillo non sufficientemente aperto, ma risultò sempre un cantante ammirevole, dotato di uno stile grandioso e veramente drammatico: chiaro e preciso sempre.
Il suo gusto e gli abbellimenti, risultavano nuovi e eseguiti molto bene.
La sua articolazione nei recitativi è chiara ed accentata, che nessuno che non conosca l’italiano sente il bisogno di cercare le parole nel libretto mentre egli cantava.
Aveva un torace talmente robusto che difficilmente si poteva riscontrare un canto fuori tono, grazie anche ad una perfetta intonazione.
La voce era chiara e sicura, mentre volteggiava in teatro trovando spazio per espandersi, cosa che invece era meno evidente in una stanza.
Secondo Burney possedeva una vasta gamma di variazioni che non aveva mai sentito in nessun altro cantante del momento, eccetto Pacchierotti, che non solo lo superava in ricchezza di invenzione e di fantasia, ma anche in spontaneità drammatica e nel crescendo della voce quando esprimeva la commozione.
Sebbene avesse questi difetti, Rubilelli sollevava più consensi di Pacchierotti.
Appena giunto a Londra, Rubinelli si vide subito aspramente criticato per il fatto che modificava ed abbelliva le sue arie: come reazione Rubinelli cantò “Return, o God of Hosts” nell’abbazia di Westminster, in maniera così sobria e avulso da ornamenti che anche chi venerava Handel lo finì per giudicare arido ed insipido. Agli inglesi quindi non piaceva non tanto gli abbellimenti di Rubinelli, ma la sua mancanza di virtuosismo nell’eseguirli, analogamente a come giudicarono Guarducci.
Ancora Lord Edgcumbe, annotò che Rubinelli aveva scarsa abilità, e non tentava di impegnarsi in più di ciò che poteva eseguire alla perfezione.
Opinione differente la ebbe invece il cantante Michael Kelly, che lo ammirò come eccellente attore e valente musicista, specie nell’ORFEO ED EURIDICE di Bretoni, rammentando un duetto che Rubinelli fece con la cantante Brigida Giorgi Banti.
Ma Burney ci dice anche che dimostrava una insensibilità dal punto di vista drammatico o del timbro della voce.
Nel 1787 lasciò l’Inghilterra ritornandosene in Italia, dove varcò ancora il palcoscenico sino al suo ritiro nel 1800, ma dopo essersi ben distinto nelle opere a Milano NITTETTI di Bianchi, a Vicenza nel 1791 nella MORTE DI CLEOPATRA di Nasolini, e a Verona nel 1792 nell’AGESILAO di Andreozzi.
Alla fine si ritirò nella sua città natale, dove visse gli ultimi anni della sua vita tranquillamente sino al 1829.



 

 

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A cura di  Arsace
Ritratto fornito da Tassos Dimitriadis

 

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Ultimo aggiornamento: 07-01-06