Frutti del Mondo

 

 

L'autobiografia di Filippo Balatri

 

 

 

Filippo Balatri, caricatura di Antonio Maria Zanetti

 

 

 

Esperimentati da F.B.
Nativo dell'Alfea in Toscana

Se tanto potè darsi in un vermetto
qual io mi son, e che potrà mai dire
avanti che da Mondo debba uscire
un che in lui visse ad altro Grado eletto!

Vanitas Vanintatum,
Et omnia vanitas,
preter amare Deum
et illi soli (illi soli) servire.



Dedica

 

Sior Mondo mio Padrone Colendissimo.
Io vengo a presentarle questa mia
che si può dir stufosa diceria
di Fatti, ch'a Lei noti son benissimo.

Perdoni, sennon sono rigidissimo
in osservare quella Pulizzia
con Lei dovuta; ma la Poesia
talvolta sforza ad esser' sincerissimo.

Non son poeta, appena so' un po' leggere;
onde compatirà, sennon so' scrivere
e s'all'Impegno non potrò ben' reggere.

Degnerassi gl'errori di correggere
(giacchè degnòssi d'insegnarmi a vivere)
Siccome questi scritti di Proteggere

Poi che son di Lei, Mio Signore -
Monaco di Baviera a venicinque
d'Ogosto, settecento trentacinque -

Il Balatri, Umilissim' servitore.

 

 

Indice



0 – Prologo
1 – Nascita e destinazione per Mosca
2 – Le prime esperienze a Mosca
3 – La marcia in Tartaria
4 – L’arrivo e le accoglienze presso il Gran Kam
5 – La Festa e i costumi dei Tartari
6 – Baratri canta davanti al Kam
7 – Congedo dal Kam
8 – Gli strapazzi del ritorno a Mosca
9 – Ben tornato in casa Galitzin
10 – In udienza dallo Czar Pietro il Grande
11 – Disgusti e pazzie. Il Primo amore
12 – Una Strana avventura invernale
13 – Fine del soggiorno a Mosca. Meditazioni e buoni propositi. Congedo dallo Czar.
14 – Distacco dai principi Galitzin dopo due anni di soggiorno a Vienna
15 – Il ritorno in Patria
16 – Miserie della casa paterna
17 – Al servizio del Granduca di Toscana, Cosimo de’ Medici
18 – Morte del padre e della madre. Dissesti finanziari. Decisione di andar in Inghilterra.
19 – Da Pisa a Lione
20 – Un infelice concerto a Lione. Canto italiano e francese
21 – Parigi, Versailles, Luigi XIV°
22 – Soggiorno a Londra
23 – Da Londra a Dusseldorf
24 – Viaggio pauroso da Cologna a Francoforte
25 – Alla Corte di Monaco in Baviera
26 – Una visita in Patria. Lode di Cosimo. Divertimenti aulici
27 – Nuova malattia, nuovi viaggi. Eichstatt, Wurzburg, Norimberga.
Il Balatri srosignoleggia davanti al vescovo Schonborn
28 – Viaggi, nozze, feste e lodi dei principi di Baviera
29 – Il Baratri si produce a Vienna e si riposa a Venezia, a Padova ed Verona
30 – Di nuovo a Monaco. Al servizio di Giovanni Teodoro di casa Wittelsbach, principe vescovo di Ratisbona, Frisinga, etc. Morte del fratello. Addio dal Mondo.
 

 


Prologo

 

Canto fralli soprani il Capitano
che musica portonne in stranie Parti,
e canto sol per bene rimostrarti
attutti qual siei o Mondo Insano.

Do re mi fa sol la resta dapparte,
poichè non vo' cantar in Armonia;
vuo' stridere malanno che ti dia
Mondo Crudele, e in ciò non vi vuol Arte.

Vuo' cominciar senza cominciamento
e seguitare intutta confusione,
senza Rima nè Metro, nè ragione
senz'alcun studio o grave pensamento.

Sarei ben pazzo se parlando teco,
Mondo Fellon, volessi scervellarmi
a ricercar i più studiati Carmi
per dell'alto Parnaso farmi un'Eco.

.....
poi continua per altre ben 24 quartine ad inveire verso il Mondo ...

 

Capitolo 1

 

NASCITA E DESTINAZIONE PER MOSCA

Nacqui. Fin all'età di cognizzione
ah, mi lasciasti star in aspra quiete;
ma appena ebbi tre lustri, con la rete
venisti a far di me pescagione,

Col far ch'il mio Sovrano Naturale
(Cosimo III° de' Medici che regnò dal 1670 al 1723)
mi chiedesse (e per grazzia) al Genitore
per mandarmi in Moscovia, et in poch'ore
sbalzato sono fin nel Settentrionale.

Per fare che mio padre acconsentisse
festi a tanto impegnare l' mio regnante,
che spingersi di più non potea avante
desio d'avanzamento in chiunque visse.

Pietro gran zar, che regna sullo Scita,
laMoscovia s'invoglia fecondare
di Scienze e di bell'Arti, e fa cercare
Gente ch'inquelle bene sij instruita.

Manda fuor dal suo impero li più Grandi,
che Ordin non debban rinpatriare
finchè d'Europa le Città più rare
non s'abbian viste, e i luoghi i più ammirandi.

L'Italia a alcuni restane assegnata,
ad altri la Germania, et indi a varij
La Francia, l'Inghilterra, e Seminarij
vuol che gli sembrin alla lor tornata;

Mentre devon intendere l'Idioma
del paese ch'a ognun fu destinato,
esser in qualche scienza addotrinato,
saper che sia Parigi, Londra e Roma,

Che vi si fa, che cosa vi è di bello,
quali son i costumi, e quai le legi,
ancor, se fia possibile, i maneggi
de' Gabinetti; come a far Duello

Si tenga spada imman, com'a cavallo
si salti prontamente, indi s'adestri,
com'esperti si mostrino gli equestri,
come si muova l' piè per sciorlo al ballo.

“Canta questo Fanciul passabilmente,
nonostante sia ancor sott’al Maestro
e che l’età non possa dargli un Estro
da estasiar chiunque lo sente,

Cosicché può bastar per satisfare
Al genio ch’a lo Zar di far sentire
A Mosco nostra Musica, e servire
Potrassi d’un mio suddito; Ciò fare

Io posso, per avere in un contento
Il tuo Monarca, e te, che commissione
Avesti di condurre più persone
Che sciolghin sott’a Note uman accento.”

Vedend’il Prence Scita che può avere
Un Musico, e ‘l Monarca contentare,
dessi allor il Granduca a ringrazziare
e pargli un mezzo mondo d’ottenere.

“Sì” (soggiunse il Granduca) ma co un patto
concediti, per Anni, il Giovinetto,
ed è, che sia tenut’assai ristretto,
e circa a Religion non facci ‘l matto;

Mi devi dar parola d’osservare
Ch’ei viva da Cattolico Romano,
frequenti i Sacramenti, e da Christiano
in tutt’ei viva. Possom’io fidare?”

“Impegno” (quei rispose) “mia parola,
e non sol quella, ma del Zar ancora,
e ti prometto, che fin daccquest’ora
prend’il Giovin per Figlio; or ti consola”.

 

[...]

 

Capitolo 22

 

SOGGIORNO A LONDRA

Entrai che si è fra quelle mura
Ch’una cittade forman sì grandiosa,
cosa mi sembra molto doverosa
d’un onest’uomo di mostrar premura:

Qual è di procurare tor la noia
A quel buon cavalier d’avermi attorno;
mentre mi penso che non veda il giorno
di disfarsi di me, con tutta gioia.

Lo prego di lasciarmi a un’osteria,
quella che per me stimi più a proposito,
“Tu mi chiedi”, risponde, “uno sproposito,
a chieder questo, ov’ho casa mia.

Il Granduca mi t’ha raccomandato,
né voglio defraudar le sue speranze.
Credi forse scemar le mie sostanze,
per esser a mia mensa annoverato?

Così vuoi far in questo cittadine
Senza lingua né guida e senza pratica?
Saria solenne error per me in grammatica,
se servissi in tal guisa al tuo padrone.

Per gli anni ch’in Fiorenza ho dimorato
Io non posso contare che favori:
caccie, divertimenti, doni e onori
ch’il tuo Signor a me n’ha dispensato”.

Così a tutta forza strascinato
Son dal nobil Inglese a sua magione.
Vi trovo quattro nobili persone:
padre, madre, sorelle e un suo cognato.

Par che da tempo m’abbin conosciuto,
tanto piacer dimostran pel mio arrivo.
A divina clemenza il tutto ascrivo
Vedendomi in tal forma ricevuto….

Non ho che desiar. Son ben loggiato,
la chiesa ho quasi a lato alla mia porta,
qual’ è d’ambasciator sotto la scorta,
sicchè l’anima e il corpo ha il suo papato.

Colà ritrovo quattr’ambasciatori,
e tutti han chiesa in casa e sacerdoti;
onde da uom cattolico i miei voti
posso offrir a Dio, fuor di timori.

La musica è sì amata in Inghilterra,
e tant’è ricercato quei che canta,
se sovra tutto voce ed arte vanta,
che ad ogni altr’arte, si può dir, fa guerra.

Anna, Regina allora di quel regno,
sentendo dir ch’è giunto un buon cantore,
fammi saper ch’in breve avrò l’onore
di mettermi a’ suoi piè; onor ben degno.

Ripien è l’inviato d’allegrezza
Per un comando tanto fortunato,
mi dice ch’è già fato ‘l mio buon stato,
se la Regina il mio cantar apprezza.

M’istruisce ch’un detto Nicolino
Da lei fu ben stimato e d’or munito;
e ch’essendo il mio canto più finito,
a più piacerle ancor sarò vicino.

Mi dice ch’il patetico gli piace
Più che l’allegro, e piacergli la voce
Spinta fuor dolcemente e che non nuoce
Con i strilli all’orecchia né dispiace.

Così m’informa e mostra un tal affetto
Che di più nol potrebbe il padre a un figlio.
Grazie gli rendo con bagnato ciglio
E gratitudine eterna prometto….

Miledi Borlinton, della Regina
Gran favorita, mandami a chiamare
E mi dice : “Preparati a cantare
A corte, e le megli’arie a ciò destina.
(forse Lady Burlington dei Duchi di Devonshire: si pensa sia la moglie del Duca, maresciallo di Corte)

Sua Maestà per me ti fa sapere
Ch’a Kisinton ti doverai portare,
ove sta villeggiando, e là restare
forse che tu dovrai per qualche sere.
(si tratta di Kensington, famosa residenza dei Re d’Inghilterra, nei pressi di Londra)

Tel dico acciò ti posi preparare,
e giunto che sarammi il nuovo ordine,
partir tu possa, e senz’alcun disordine
sii pronto ogni comando a satisfare”.

In seguito mi dice di cantare
Un’aria, acciò che possa dar ragguaglio
S’io son un buon cantor, od un sonaglio,
e il tutto alla Regina riportare.

Canto un’aria patetica, e m’accorgo
Che Miledi vi prende piacere;
così ancora m’è facil il vedere
che cantando così nel segno colgo.

Detto fatto, Miledi mi comanda
Di cantar quell’arietta per mia prima.
Mostra pel mio talento sì gran stima
Che passa – a dir così – dall’altra banda.

Su tal dunque si resta appuntamento.
Mi licenzio, e mi tengo preparato.
Del tutto sì contento è l’inviato,
che niun osa toccarlo sott’al mento.

Ecco ch’una carrozza vien a prendermi.
Già dentr’all’anticamera son giunto.
Men sto aspettando il fortunato punto
Che Anna la Gran Donna vogl’intendermi.

Li Milordi frattanto a me s’affollano
Quanti che san parlare l’italiano,
e con invero un tratto sovrumano
di interrogarmi nunqua si satollano.

Del Zar, del Kam vuonn’esser informati
Ed in tutto gli vo satisfacendo.
Ma al cospetto di Bacco, al fin m’arrendo
Del tanto star in piedi, e sento i flati.

Passasi un’ora, passan altre due;
ah, mi trovo alla fine licenziato.
Son sopraggiunti degli affar di stato,
e tal’occupazioni son le sue.

Mi fa dir la Regina ch’avvisato
Sarò del quando deva far ritorno.
Con un inchino fatto tutt’attorno
Prendo da quei Milordi il mio commiato.

Men torno alla città, per aspettare
Il giorno a nuovamente esser chiamato;
ma il Mondo l’occasion’ ha ben trovato
di schernirmi per farmi sospirare.

Non erano gli affari dello Stato,
come che detto fu, che dier impaccio
a far che la Regina il mio mostaccio
vedesse et ascoltasse il mio ululato,

Ma s’era che, assalita da dolori,
adorno ver la sera sì aumentando
che tentando alla vita di dar bando,
la fecer quasi dare nei furori.

In tre giorni per Londra a dir si sente
Che la Regina è fatta disperata.
Nel quinto, all’altra vita n’è passata,
et ecco mia fortuna va nel niente.
(La Regina Anna morì il 1° Agosto 1714)

Del Regnoi differenti due partiti
Di Wigs e Toris vansi risvegliando.
A tutt’altro ch’a musica pensando
Sen vanno i grandi signori, già inveiti.

Chi Giorgio vuol per Re, ci ‘l Presidente,
e tutta Londra vedo sottosopra.
Il partito più forte sì s’adopra
Che fatt’è Giorgio il Re dell’angla gente.

Al possesso ne vien; ma si diletta
della musica tanto quant’un sordo;
onde non v’è per me da far bagordo,
e convien che mie note in sacco metta.


Da dire che:
Filippo Baratri comunque ebbe modo di farsi ascoltare presso i palazzi degli aristocratici; e proprio “l’inviato” che ha portato Balatri da Firenze a Londra, di cui il musico continua a tacere il nome, gli dà ospitalità per circa 6 mesi, non mancando di presentarlo e raccomandarlo presso tutte le persone con cui aveva dei contatti: questi conoscenti non lesinano riconoscimenti alla voce di Baratri, fornendo quale ricompensa scatole, orologi, astucci, anelli, spade… anche se mai denaro contante.
Opinione londinese è che sia un “uomo civile” che non è però mai stato sul palcoscenico teatrale; si apprezza che Baratri non frequenti luoghi venali, dedicando la sua attività solo in chiesa, per gli oratori e per la musica da camera.
Baratri quindi riscuote molto onore, ma poco guadagno: il fratello lo raggiunge da Roma, e questo aggrava lo stato di relativa precarietà economica: alla fine il Granduca di Toscana impartisce l’ordine al musico Balatri di ritornare a Firenze, assieme ad un inviato toscano, poco simpatico.

 

 

Capitolo 28

 

VIAGGI, NOZZE, FESTE E LODI DEI PRINCIPI DI BAVIERA

Il Prence elettorale vuol andare
A scorrer dell’Italia il bel terreno.
Fra gli altri che compongon il suo trono
Ha la clemenza di lasciarmi entrare.

Torno a veder Fiorenza e il mio sovrano,
ma il trovo ver gli estremi di sua vita.
Risento fin al cuor l’aspra ferita,
poiché perdo un padrone sovrumano.

(si tratta di Cosimo III de’ Medici, che morì il 31 Ottobre 1723)

L’Italia tutta vassi passeggiando,
e con un tal signor si vede molto;
ma io, ne’ miei languori sempr’involto,
non mi curo del che, dove né quando.

(seguono alcune strofe dove Baratri si lagna della cattiva digestione)

Ritornansi in Baviera a tutta fretta,
poiché Massimiliano l’Elettore
strett’ha il contratto con l’Imperatore
matrimonial, avendo in sposa eletta

L’Arciduchessa Amalia al Prence elettorale,
e per nobil araldo gliel fa noto;
onde pone tal nuova a tutti in moto,
ma quel che prova ‘l core, al piè prevale.

(Le nozze fra il principe ereditario Carlo Alberto e Maria Amalia, figlia dell’Imperatore Giuseppe I, si tenne il 17 Ottobre 1722)

Giunti a Monaco, tutti vengon fuori
Dal tesoro li mobili preziosi.
L’entrata fanno i fortunati sposi.
Fa lavorar la pompa i stampatori.

L’austriaca eroina comparisce,
e vienne seco intiera la Virtude.
Impegna tutti i cuori a chiavitude,
ma d’una tal catena ognun gioisce.

(Seguono strofi di lode sull’augusta sposa)

Ritornato in Baviera son di nuovo
Al sicut erat, stretto d’assedio.
Par che la mia natura soffra tedio
S’entr’un calesse in posta non mi muovo.
Risolverei di far il vetturino,
ma ho difficultade a bestemmiare.
Star sempre in viaggi, come si può fare?
Quest’è un raccoglier acqua e sparger vino ….

Risolvo pazientar ancor due anni
E vivo o morto in Monaco restare;
in caso poi che duri il fier mio male,
andrò alla quiete per lasciarvi i panni.

Ma invece di scemar ei va crescendo,
ond’io m’accingo a chieder permissione
di portare in Italia il mio cappone,
per veder se quell’aria ‘l va nutrendo.

Vedendo l’Elettore che ragione
Gli do per respirar sott’altro clima,
mi permette ‘l partir, ma vuol che prima
lo serva ‘n una prossima funzione.

Un’Opera vien posta sulla scena
Con dispendio e con gran magnificenza.
Rappresento una parte, ma in coscienza
Posso giurar che soffro una gran pena…..

Tu, Mondo, però dici che son smorfie,
che son malato perch’il penso d’essere,
ch’il fo per sentir lodi di me intessere
cantando ben, con far le scatamorfie…

Mentre l’Opera vanne a meraviglia
E che piace alla corte e alla cittade,
si sparge all’improvviso nuovitade
ch’asciutte più non lascia le mie ciglia.

Sento che di Virtsburgh l’almo signore
Nel fare da Magonza il suo ritorno,
in carrozza l’assale e toglie il giorno
colpo d’apoplessia. Ahi fier dolore!

(Schonborn morì il 18 Agosto 1724)

Tal Novità mi pon all’ultime ore,
tanto mi cruccia una sì fatta morte;
piango l’infelicissima sua sorte,
piango la mia, e mene scoppia il core.

Pur, sul teatro mi convien cantare
E far violenza al duolo che m’affanna.
O Mondo, con qual legge mai tiranna
N’astringi, al riso, al pianto, al simulare.

 

 

[in preparazione]

 

 

 

 

A cura di  Arsace

 

www.haendel.it

 

Ultimo aggiornamento: 13-05-05