Filippo Balatri

 

( 21 Febbraio 1682, Alfea, Pisa - Ismaning, Monaco, 10 Settembre 1756 )

 

 

Balatri al cembalo particolare dal quadro di Pietro Jacopo Horemans, 1733

 

 

 

Filippo Balatri, nativo di Alfea, nei pressi di Pisa, è l’unico castrato che direttamente parlò di sé, tramite un manoscritto autobiografico avente titolo Frutti del Mondo. Si tratta di un lavoro di considerevole lunghezza e redatto in quartine, molto spesso vivace e di piacevole lettura, dove viene presentata la carriera dell'autore. E' un documento di grande interesse, anche se dobbiamo rilevare le palesi limitazioni che Balatri in sostanza si impose nella scelta della forma: molto spesso è di carattere picaresco e realistico, quasi di un Casanova.

Balatri è per lo più laconico circa la sua giovinezza. Quasi tutta letteratura su Balatri riporta il 1676 come l'anno della sua nascita: Karl Vossler, che pubblicò una selezione del manoscritto Frutti del Mondo nel 1924, la calcolò sulla base di una nota sulla morte di Balatri, nella quale si afferma che visse fino all'età di 80 anni. Ma la vera data di nascita, come attesta il registro delle nascita di Pisa, è 21 febbraio 1682 (Cf. anche: Maria Di Salvo, Vita e Viaggi di Filippo Balatri, Russica Romana, VI (1999/2001), 37-57).

Nel manoscritto Balatri ci racconta: 

Nacqui. Fin all’età di cognizione

ah, mi lasciasti star in aspra quiete;

ma appena ebbi tre Lustri, con la Rete

venisti a far di me la pescagione,

 

col far ch'il mio Sovrano naturale

mi chiedesse (e per grazia) al Genitore

per mandarmi in Moscovia, et in poch'ore

sbalzato son fin nel Settentrionale.

 

Nulla si conosce circa la sua educazione e il suo intervento; nel suo manoscritto Balatri narra l'ambiente e lo stato dei genitori, mentre nel suo testamento giuntoci è ravvisabile il nome del responsabile dell'evirazione, un certo Accoramboni di Lucca (che si pensa possa esser Diavolo Bianca, Vittoria Accoramboni).

Balatri dedica le quartine al ”Mondo" che viene personificato spesso in una creatura di grande malevolenza e totalmente avulsa dalla mancanza di principi razionali; il sovrano naturale" era ovviamente Cosimo III de' Medici, granduca di Toscana, mentre il suo viaggio in Moscovia viene raccontato nelle stanze a seguire:

 

Pietro Gran Zar, che regna sullo Scita,

la Moscovia s'invoglia fecondare

di Scienze e di bell'Arti, e fa cercare

gente ch'in quelle bene sii instruita.

 

Balatri dipinge lo zar intento ad inviare ambascerie ovunque in Europa al fine di apprenderne le arti, i costumi, le usanze etc., e per riportarne con dovizia certosina tutte le informazioni su tutto quello che avevano studiato ed osservato: la sua trasferta doveva avvenire pressappoco nel 1691, appena poco tempo prima del celeberrimo viaggio verso ovest dello zar Pietro: egli era encomiabilmente attratto dalla vita di paesi stranieri in un periodo dove si ipotizza non avesse un benché minimo interesse verso questi argomenti.

Lo Zar mandò in Italia il principe Galitzin con il mandato di ingaggiare cantanti italiani per la corte di Mosca: non poteva rientrare in patria se non riusciva nel suo incarico, il quale risultò difficile, giacché non vi era alcun cantante desideroso di fare un viaggio tanto arduo verso una meta ritenuta l'estremo lembo del mondo. Fu così che, angosciato di non portare a  termine la missione, Galitzin ebbe il consenso da Cosimo di potersi prendere il giovane Balatri che, aggiunse, era “reso di già del gener misto, id est soprano."

I due quindi partirono ben presto (si ignora se Galitzin avesse ingaggiato anche altri artisti), e, dopo un tortuoso viaggio ben descritto da Balatri nel suo scritto, giunsero incolumi a Mosca. Balatri ebbe udienza presso lo zar:

 

Quel monarca dimostrasi Grazioso

e si umilia fin a dirmi Figlio,

 

tuttavia un simile interessamento di persone di alto lignaggio nascondeva degli svantaggi, e

 

mille altri perciò con torvo ciglio

mi riguardan qual can che sia tignoso.

 

La vita presso la corte dello Zar fu tormentata: era guardato torvamente, in particolar modo dalle persone più umili della popolazione, giacchè non era della religione ortodossa e col passare del tempo si instaurarono pessimi rapporti con gli spalniks, le guardie della camera da letto imperiale: infatti Balatri ci riferisce nel suo scritto:

 

Questi son Giovinotti, che in la Corte

servon di Raggi, Spàlnicchi nomati,

e son sì insolenti e indemoniati

che fannomi irrztare fin a morte.

 

Dicenmi Cane, perché son cristiano,

Mussulmano, perché son buon Cattolico,

Pagano, perché son vero Cattolico,

Dannato, perché ho un Capo ch'è Romano.

 

Determinato a contrastare questa ostilità, Balatri apprese la lingua russa sufficientemente bene da potersi difendere, ma questo comportò l’inizio di vere e proprie zuffe che neanche lo zar riusciva a sedare.

Vedendo minacciata la serenità di casa sua, lo Zar Pietro il Grande prese la decisione di inviare per un po’ di tempo Balatri presso il Gran can dei Tartari, seguendo il consigli del principe Galitzin: fu così che Balatri fece parte dell’ambasceria (di cui però non è stato trovato alcun accenno alla storia russa) presso il sovrano tartaro di Boris, fratello di Galitzin.  Ogni articolare degno di nota doveva esser riportato.

 

Sa il Prencipe Galitzin che quel Duca

dilettasi d'aver piena la corte

di Mori, di Kalmucchi et d'ogni sorte

di musi piatti, ovver di crespa nuca;

 

ch'Egli era curioso di sentir da loro

come si viva nelli lor Paesi,

che, se può aver dei Tartari e Chinesi,

li paga quanto pesan in tant'oro;

 

sa che, quando mi tolse da Fiorenza,

ebbe piacer il detto mio Sovrano

ch'io n'andassi in Moscovia, e che mia mano

ordinonne scrivesse la sequenza

 

di tutto il viaggio, fin al mio ritorno,

e di quanto che io avea veduto;

 

onde sa ancor, che più gli avria piaciuto

quanto più d'Instruzion io fossi adorno;

 

che perciò svela al Zar suo pensiero,

ed Egli il trova bene concepito.

Così fuori dal Cielo moscovito

son spinto e batto il Tartaro Sentiero.

 

Immediatamente durante il viaggio, Balatri si lamenta dei disagi e dei pericoli a cui fu esposto:

 

A cavallo, al seren, al sol cocente,

sempre in deserte e vaste praterie,

senza chiese, né case, né osterie:

biscotto birra e carne puzzolente. ……

 

Ma come c'entro io in quest'istoria,

che non ho volontà d'esser soldato?

Son giovin, Italiano, e son castrato

né cerco che dal canto la mia gloria.

 

Tant' e', così l'ambasciador l'intende,

né pensa che sia musica o castrati

se più sian gl'Italiani delicati

dei Moscoviti; ma al suo intento tende;

 

che è di conservar tutt'il rigore

del militar in quel sì lungo viaggio...

 

Alla fine, tuttavia, arrivarono al grande fiume (che si pensa fosse il Volga) al di là del quale intravidero l'accampamento dei Tartari:

 

Veggio da noi non lunge una cittade,

composta tutta di bei padiglioni,

odo sull'altra riva canti e suoni,

ma da muover più ad ira ch'a pietade.

 

Lerci del viaggio, si denudarono dei vestiti con gioia immergendosi nel fiume per farsi un sospirato bagno. Poi ammassarono barche e zattere di legno e di pelle i cui componenti avevano portato con loro e percorsero il fiume con armi e bagagli.

L'ambasciatore Boris era atteso immediatamente dal gran Can, ma volle che Balatri lo accompagnasse; alla vista di quel sovrano orientale Balatri provò una enorme curiosità:

 

Giunti dentro la tenda maestosa

del Tartaro Signor, si vede in faccia

starsi sedendo a terra; ei s' accovaccia

su due guanciali e qual Reliquia posa.

 

Non si sa se abbia gambe, perché ascose

e rannicchiate stan sotto la vesta.

Due siedon dietro a Lui, a cui la testa

grattando vanno, al sen di cui la pose.

 

Questo grattare la testa era – come ci informa Balatri – una manifestazione d'onore riservato al Can: “quella grattata serve di baldacchino”. L’ambasciatore Boris espose immediatamente le sue credenziali, lette da un interprete, dopodiché gli europei poterono ritirarsi.

Dopo due giorni il Can diede un gran banchetto per onorare gli ospiti che dovevano esser presenti a questo ricevimento, che risultò meno sontuoso di quello del Principe Igor:

 

Cantino o pianghin, par a me tutt'uno

e se ballano il fan di malagrazia,

quel loro suono a tutti il cuore strazia,

et esser sordo e cieco par fortuna.

 

Nudo il capo ed il petto, gambe e braccia,

coperto è il resto da un'incolta pelle,

(parlo del popolaccio) e sfido Apelle

a poter ben ritrarre la lor faccia.

 

Balatri sofferma l’azione e la descrizione per dedicarsi al modus vivendi dei popoli nomadi, evidenziando la scarsità e la monotonia del loro cibo:

 

Non sanno cosa sian li pasticci,

li ragù, le sfogliate et altri intrichi;

li montoni per lor son beccafichi

e il medico e il speciai non gli fa i ricci.

 

La festa stava stagnando, dal momento che si erano create delle invisibili barriere fra le due parti dovute dall’idioma differente: ecco dunque che l’ambasciatore, preoccupato della situazione, chiese a Balatri di cantare:

 

Sciolgo passaggi e trilli a cento a cento

e comincio il monarca a risvegliare.

 

Si grulla, si rannicchia e poi si slunga,

si lecca, ride e tutti attorno mira,

leva lo sguardo al ciel, a me lo gira,

e par che de’ contenti all'imo ei giunga.

 

Grattan i grattatori a tutta possa,

perché il mio canto cresce gli la forza

a tal che, s'in dolcezza men vo a orza,

lenta è lor man, se strillo, gratta all'ossa.

 

Arrivarono poi le portate costituite da carne di pecora con riso e altri ingredienti.

Balatri aveva molto appetito, ma non riuscì a rifocillarsi giacchè il gran Can voleva che egli continuasse ad esibirsi; solo dopo il monarca intuì che Balatri avesse fame, e quindi si tolse di bocca un pezzo mezzo masticato di montone e glielo offerse. Balatri ne fu inorridito, ma era difficile trovare un modo cortese per rifiutare l’offerta del monarca: dopo qualche titubanza, comunicò che la carne faceva male alle corde vocali. Non riuscì tuttavia a porre fine alle sue difficoltà dal momento che, dopo ulteriori esibizioni, il Can molto compiaciuto lo volle tenere assolutamente a suo servizio, offrendo al principe Galitzin di barattare il musico con 6 dei suoi famosi cavalli tartari, di razza pregiata degna solo ai capi della nazione.

Terrorizzato fu Balatri da tale proposta, proprio perché conosceva la passione del principe Galitzin per i cavalli, ma fortunatamente:

 

Grazie al ciel, ei risponde da signore

con dir che fra Cristiani non permesso

è un tal baratto, né che a lui concesso

è il disporre di me...

 

Il Tartaro non si offese per il rifiuto, prova ne sia il fatto che donò a Balatri proprio uno dei suoi cavalli, sollevando grande invidia dei russi. Il Can poi si mise ad interrogarlo sia sul suo paese, sia sulla sua arte, naturalmente con l’intercessione di un interprete.

 

Incomincia dal farmi domandare

se maschio son o femmina e da dove,

se nasce tale gente (ovvero piove)

con voce e abilitade per cantare.

 

Resto imbrogliato allor per dar risposta.

Se maschio, dico quasi una bugia,

femmina, men che men dirò ch'io sia,

e dir che son neutral, rossore costa.

 

Pure, fatto coraggio, alfin rispondo

che son maschio, Toscano, e che si trova

galli nelle mie parti che fann'uova,

dalle quali i soprani sono al mondo;

 

che li galli si no mano Norcini

ch'a noi le fan covar per molti giorni

e che, fatto il cappon, son gli uovi adorni

da lusinghe, carezze e da quattrini.

 

Il Can fu persuaso dalla spiegazione, cosicché il banchetto terminò fra l’allegria e la cordialità generali.

Alcuni giorni dopo, l’incarico di Galitzin fu felicemente concluso, così l’intero seguito dell’ambasceria riprese la via alla volta di Mosca.

Balatri non lesina sui racconti di gran disagio provato in questo viaggio di ritorno, ben peggiore della già dura andata: giunti a mosca, il povero Balatri era in tale stato da riuscir quasi irriconoscibile: fu obbligato, prima di presentarsi allo zar, a fare un bagno turco e rimettersi in ordine, sebbene fosse a pezzi.

Le lotte con gli spalniks e altri ripresero anche molto più violentemente di prima: si doveva porre un freno alla situazione, per cui si decise di inibire a Balatri l'accesso al palazzo dello zar, ad eccezione delle occasioni in cui il musico si doveva esibire; Balatri testimonia il fastidio che provò nei confronti delle Baarinas, ossia le donne di corte, vecchie zitelle dispettose, inesorabili nei loro riguardi.

Abitava presso il principe Galitzin che ingaggiato dall'Italia, ma trascorreva molto tempo nei sobborghi della città dove vivevano i commercianti stranieri; Balatri si era invaghito della figlia di un inglese, che sembra non valesse un gran che: comunque nulla di serio nacque da quella relazione.

Proprio in conseguenza ad altre disavventure, gli fu interdetto ogni allontanamento dal palazzo di Galitzin dopo il tramonto; ecco quindi che per Balatri la vita passava in modo molto monotono. Il musico per trascorrere il tempo si industriava a portare verso la fede cattolica il principe e la principessa, che erano oggetto di un suo profondo attaccamento, convinto che, se avesse fallito, i suoi amati sarebbero sicuramente dannati nel fuoco infernale. I Galitzin tuttavia non presero seriamente gli sforzi di Balatri.

Di lì a poco il principe Boris Galitzin fu scelto ambasciatore russo a Vienna,: fu così che si decise che l’accompagnatore fosse Filippo Balatri; Vienna fu lo scenario in cui Balatri arrivò a perfezionare il suo canto, sotto l’egida del famoso contralto maschile Gaetano Orsini:

 

Ei canta d'un tal metodo che mai

s'e' inteso per ancora esercitare.

Mi riesce il poterlo un po' imitare.

La voce ho alta, chiara e senza guai.

 

In due anni riesco un buon soprano,

e a Cesare davante so azzardarmi.

Canto alla Mensa. Ognun si dà a lodarmi

e comincia Superbia a darmi mano.

 

Ma ecco che il “Mondo” interviene a strapazzare il nostro musico, dal momento che dovette lasciare Vienna per il richiamo del padre facendo così ritorno nella sua nativa Toscana.

Giunto a Firenze, fu caldamente ricevuto dal granduca, tanto che i cortigiani ne rimasero offesi: evitò quindi la loro malevolenza poiché non si soffermò a lungo nella città e fu così che si diresse verso Pisa dove a quel tempo vivevano i suoi genitori. Rivedere quella città gli mosse il cuore, specie dopo aver visto tutto quello che riuscì osservare nei suoi viaggi:

 

Esco di Mosco sì ripien di gente,

et entro in Pisa quasi spopolata!

Mi sembra che la peste vi sia stata,

e fa che ipocondria si risente.

 

Ed ecco che giunto presso la casa dei suoi, si svolge questa scena commovente:

 

Corre la madre, e mi s’attacca al collo

gridando: “Ah, figlio, pur t'ho racquistato”.

Corre la serva, e puzza di stufato,

poi corre il servitor di vin satollo,

 

seguiti dal padre e dal fratello maggiore del cantante, Ferrante.

Per la cena erano presenti anche due amiche, ma Balatri si annoiò a morte:

 

Ponghiamoci a cenare, e si comincia

a dar nelle dimande a tutt'andare.

Io, che muoio di fame e vuo’ mangiare

rispondi breve, tira al piatto e trincia.

 

Quelle due donne non han mai viaggiato,

né mai ai loro giorni un libro letto,

onde il br picciol debole intelletto

gli fa aver il discorso assai scempiato.

 

Mi ricercan: se è bella la Zaressa,

e se Moscovia è forse la sua Pisa,

com’ella viva e s’è vestita in guisa

com’è la nostra Tosca Principessa.

 

Dopo le avventure fatte, a Balatri la vita a Pisa sembra sempre più noiosa e borghese. La prima volta che la famiglia andò in chiesa, Balatri indossa una ricca veste, e riceve un rimprovero dal padre:

 

Di me dirassi e diran molte bene,

che son un pazzo col lasciarti fare,

Tu, il sior Marchese ti farai nomare,

ti rideranno dietro e faran scene.

 

Fatto venire un sarto, si fa confezionare un vestito meno elegante; poi, ansioso, domanda al germano come tutti trascorrino in genere il tempo a Pisa, e Ferrante risponde:

 

L’ozio divora e strugge quanti siamo.

La città, senza corte, e spopolata,

non fa che la sua gente sii impiegata;

così, che far del tempo non sappiamo.

 

Le donne di Pisa appaiono a Balatri impossibili:

 

Le donne non son use a far l'amore,

né san comprender cose misteriose.

Le trovo così insipide e ritrose,

ch'ai gomiti mi fan venir sudore.

 

La noia di Pisa si ruppe con il richiamo del granduca Cosimo: ecco quindi che salutata la famiglia, Balatri lo raggiunse presso la sua residenza estiva nelle vicinanze di Firenze, la villa Ambrogiana. Ottenne poi il compito di ricevere nella capitale toscana in qualità di interprete il nuovo ambasciatore russo; Balatri sperava intensamente che si trattasse del suo amico Galitzin, ma fu deluso nello scoprire che invece era il nobile Naryshkin. Il lavoro di interprete era pesante, ma Naiyshkin si dimostrò una persona affabile.

Concluso il suo compito di ambasciatore, chiese a Balatri di accompagnarlo per un giro in Toscana e, attraversando Pisa, insistette, nonostante le opposizioni del musico, per venire condotto alla casa dei suoi genitori: l’edificio non era brutto, essendo stata conferita a Balatri padre dal duca stesso, per ragioni che Balatri riporta nel suo scritto in tali accenti:

 

Tale grazia fu fatta al mio buon padre,

prima, per esser pover cittadino,

d'un'antica famiglia, Fiorentino;

poi per aver sposato La mia madre,

 

quale fu Donna della Granduchessa

e da Lei parzialmente riguardata.

Così, per non scemar a lui l’entrata

con la pigion, tal casa fu concessa.

 

 

Pietro Il Grande

 

 

Tornato a Firenze, Balatri fu incaricato di educare una coppia di calmucchi, dono di Pietro Il Grande al granduca Cosimo; dal momento che costoro non si rivelarono molto scaltri, Balatri ebbe il suo bel da fare a spiegar loro il mistero della Trinità.

Non molto tempo dopo, morirono improvvisamente entrambi i genitori del cantante, così fu costretto a far ritorno a Pisa per sistemare gli affari di famiglia.

Questa nuova situazione lo dovette impegnare per alcuni anni, ma non accadde nulla di sostanziale degno di venire ricordato.

Se si considerano tuttavia gli strani servizi che venivano affidati a Balatri, si potrebbe giungere alla conclusione il granduca non possedesse una passione per la musica; proprio per questa osservazione di può pensare che Balatri decise di mettere a frutto invece le sue capacità musicali decidendo di tentare la fortuna in Inghilterra, paese che attraversava a quel tempo la sua prima ondata di entusiasmo per l'opera italiana.

Il Duca Cosimo, notoriamente bigotto, non voleva concedere questo permesso di trasferta giacchè temeva per la morale del cantante in un paese così depravato ed eretico:

 

La libertà, li pravi sentimenti

contro la religion potrian guastarti;

così che trovo di dover niegarti

la tua richiesta. Parlami altrimenti.

 

Balatri riuscì a controbattere, osservando che in Russia, paese non cattolico, quanto l’Inghilterra - la sua condotta si dimostrò esemplare, per lo meno dal punto di vista religioso. Persuaso delle argomentazioni ma con qualche remora, il granduca Cosimo si ammansì e consultato il suo confessore che lo convinse, concesse il permesso al cantante: in fondo pensava che il suo canto avrebbe potuto anche arrivare a convertire gli eretici alla vera fede.

Balatri partì in compagnia di un diplomatico inglese che rientrava in patria.

Attraverso un tragitto terrestre giunsero sino a Genova dove si imbarcarono su una nave diretta verso Marsiglia; durante il tragitto incorsero tuttavia in una terribile tempesta, tale da farli gettare su una delle isole d'Hyères: furono costretti ad affittare una barca a remi in modo da poter giungere a Tolone e da lì in carrozza fino a Lione, dove sostarono per riposarsi.

A Lione, Balatri conobbe la musica francese ed i pregiudizi di quel paese contro i cantanti italiani. Durante il corteggiamento di una giovane donna che conobbe, scoprì che questa aveva buone predisposizioni musicali; Balatri fu invitato da lei ad una serata con alcuni membri della sua numerosa famiglia e fu accolto con grandi onori: immediatamente gli fu chiesto di esibirsi: non appena iniziò il suo canto nella sala scoppiarono delle risa a crepapelle, altro che applausi. Il Povero Balatri ne rimase molto contrariato, quindi interruppe l’aria che stava eseguendo, deciso ad abbandonare la festa offeso. Ad un certo punto però uno della compagnia che conosceva la lingua italiana,  sollecitato dalla giovane, lo trattenne cercando di quietarlo con alcune spiegazioni, che Balatri riporta in queste righe:

 

Ella chiama un parente, e mi fa dire

 

in italiano ch'io debba scusare

il non esser là avvezzi a un simil canto

né aver ancor inteso un altrettanto,

e che in lor stil l’ahàh non può passare;

 

che i gran passaggi son per li violini

e per le voci sono le parole;

ch’un passaggio di otto note sole

bastar deve a un cantor delli più fini….

 

L’”ahàh" che i francesi derisero e criticavano era il vocalizzo senza parole con cui l'aria aveva avuto inizio; Balatri accettò la spiegazione e domandò di udire un saggio di canto francese. Dunque una giovane signora si diresse al clavicembalo e iniziando una esibizione in pieno stile francese:

 

Dopp’aver per mezz'ora smorfieggiato,

comincia a dir Iris, e spinge tanto

su quel “ris” la sua voce, e dura tanto

che da Lione a Londra saria andato.

 

Cospetto di Baccone, Bacconaccio,

che quel strido mi trapana ‘l cervello,

riprende un tuon più alto, lascia quello,

e co’ un Iriiiiiis fa de mio cuore un straccio.

 

Ed ecco che si susseguono delle esibizioni in stile francese, una più stridente e spiacevole dell’altra, sicchè alla fine Balatri non può più resistere: ed eccolo quindi che propose di esibirsi, ma seguendo gli schemi francesi: la sua esecuzione è pungente in quanto portò consciamente all'eccesso le caratteristiche di quel canto pieno di urli che aveva appena udito; ma non ottenne l’effetto che sperava, infatti non venne presa come uno scherzo, ma suscitò grandi ammirazioni. Addirittura gli astanti gli consigliarono di studiare a Parigi per un po’ di tempo: se avesse voluto avrebbe potuto divenire davvero un ottimo cantante.

Giunto a Parigi, Balatri non poteva esimersi dal recarsi a Versailles, sfoggiando per l'occasione un abito fatto con una delle stoffe regalatagli dal gran Can. Il vestito venne ammirato ed apprezzato da tutti, anche dal Re Sole: il Re stesso si compiacque graziosamente di intrattenersi con Balatri per un po’ di tempo.

Paventando il ripetersi di situazioni imbarazzanti quali quelle lionesi, occultò il fatto di essere un cantante, presentandosi come un gentiluomo di campagna; quella sera, tuttavia, durante una cena presso un nobile di corte, manifestò la sua professione e di conseguenza fu persuaso ad esibirsi. Questa volta sollevò unanimi consensi, dal momento che Versailles era molto più cosmopolita e raffinata nei gusti rispetto una semplice città di provincia quale era Lione.

Ritornato a Parigi il suo abito fece sollevò grande interesse:

 

Vado al caffè, e, appena colà entrato,

m’assedia ognun che v’è, esaminando

l'abito mio Kamesco; onde animando

vanno ‘l mio fasto a rendermi gonfiato.

 

Ma era ormai tempo di ripartire alla volta di Londra e, assieme al diplomatico inglese: questa volta il percorso fu piacevole.

Giunto in terra inglese, il diplomatico gli offrì il soggiorno presso la sua dimora, e Balatri accettò; il soggiorno inglese cominciò sotto favorevoli circostanze:

 

La musica è sì amata in Inghilterra,

e tant'e' ricercato quei che canta,

se sovra tutto voce ed arte vanta,

che ad ogni altr’arte, si può dir, fa guerra.

 

Il diplomatico attivò affinché Balatri venga ascoltato dalla Regina Anna, non senza consigliarlo opportunamente per soddisfare i gusti della sovrana:

 

M'istruisce ch'un detto Niccolino

da lei fu ben stimato e d'or munito;

e ch'essendo il mio canto più finito,

a più piacerle ancor sarò vicino.

 

Mi dice ch’il patetico gli piace

più che l’allegro, e piace gli la voce

spinta fuor dolcemente e che non nuoce

con i strilli all’orecchia né dispiace.

 

Queste quartine sono spassose, in quanto sembrano esser riferite quasi a caso, ma in realtà Balatri volle scriverle così, dando poco peso al suo collega palesando una gelosia nei suoi confronti: Balatri infatti non poteva non aver sentito parlare di lui, famoso quant’era.

Balatri dopo un po’ di giorni giunse  a Kensington per essere ricevuto dalla Regina, che tuttavia non lo ascoltò in quanto era troppo impegnata per poterlo udire: Balatri confidò in un successivo incontro, ma il fato volle che sua Maestà fosse colta dalla morte.

Balatri riscosse molto successo presso l'aristocrazia inglese, che lo considerò più gentiluomo degli altri cantanti, per il fatto che mai fino allora si era esibito sui palcoscenici.

Suo fratello intanto l'aveva raggiunto in Inghilterra, e finirono per passare insieme alcuni mesi sereni e fortunati. Dopo la morte della Regina, si presentarono problemi di natura politica, che relegarono la musica in secondo piano; Balatri versò ben presto in ristrettezze finanziarie.

La provvidenza tuttavia intervenne: ricevette infatti dal granduca di Toscana l'ordine di partire per Düsseldorf, dimora della di lui figlia Anna Maria Ludovica de’ Medici, elettrice palatina.

Partì felicemente col fratello, affrontando un viaggio pieno di incidenti: prima furono costretti a fermarsi in mare nello stretto di Dover a causa della bonaccia, senza aver cibo a bordo, rischiando di morire di fame.

Giunto poi finalmente a Calais, Balatri non si trattenne nel cibo, eccedendo ad ingozzarsi e cadde seriamente ammalato; solo dopo parecchi indugi, e ancora non rimessi nel pieno delle loro forze, i due fratelli arrivarono finalmente il palazzo dell'elettrice.

Anna Maria Ludovica, figlia del granduca di toscana, bramava che Balatri si esibisse nello spettacolo di gala per il suo onomastico: la cosa non poté realizzarsi per la sua infermità: Balatri stava così male che prese la decisione di rientrare in Italia al fine di ricevere una adeguata serie di cure per recuperare la sua salute.

La via per Francoforte attraversava una foresta oscura e ostile, nota per essere frequentata da banditi, motivo per il quale Balatri morì di paura; tuttavia percorse questa strada senza insidie, arrivando sino a Monaco di Baviera, passando per Augusta.

A Monaco ebbe a che fare col compositore Torri, il quale lo presentò all’elettore, Massimiliano II.

Balatri fu risoluto a non rientrare in patria e accettò l’incarico presso la cappella dell'elettore ottenendo  la remunerazione annua di 1.000 fiorini: era il 1° Ottobre 1715. Ben presto però i suoi disturbi di stomaco si ripresentarono ancora, non lasciandolo in pace per tutto il resto della sua vita: così Balatri prese la decisione di rientrare in Toscana.

Il gran duca non sollevò proteste circa l’assunzione di Balatri di impegni presi altrove, benchè gli fece pesare dalle notizie ottenute il fatto che aveva disdicevolmente trascurato i suoi doveri religiosi durante il periodo bavarese.

Il musico riporta così la circostanza:

 

Un’è la verità, bisogna dire,

che Cosmo terzo vive da cristiano.

Con chi ha virtù si mostr’affatto umano,

ma chi e' viziato, ohimè, non può soffrire.

 

Tornò ben presto in Baviera, sebbene lo stato della sua salute non era guarito:

 

Ma non vi son tre mesi ancor restato

che vado ricadendo in malattia.

La birra ch’amo quasi a idolatria,

che ne sii la cagion vien giudicato.

 

Il suo rimedio fu quello di recarsi a Eichstätt per venerare le ossa di Santa Walpurga, ritenute efficaci in uguali circostanze, e sembra che in sostanza gli facessero effettivamente bene.

Visitò poi un famoso appassionato di musica, Giovanni Filippo Schönborn, principe arcivescovo di Würzburg. Si esibì per lui, poi Balatri rientrò in Monaco, e nel 1724, quarantottenne, varcò il palcoscenico, in un’opera oggi del tutto ignota, ottenendo un gradimento dal momento che ricevette l’invito dell’Imperatore Carlo VII di esibirsi a Vienna accanto alla star europea Faustina Bordoni.

Balatri narra l’avvenimento, avvenuto il 28 agosto 1724, raccontato con molta modestia:

 

Dall’Italia Faustina fa chiamare

Cesare e vuoi ch’e ambe abbiam l’onore

di servirlo. Ma sento in me timore

di dovermi con essa ritrovare.

 

Ella canta ‘n tal forma che apparire

mal può mia arte a fronte della sua.

Appetto a un canarin che può una grua?

Ma, pazienza, m’è forza l’obbedire.

 

Mi tiro fuor d’affare come posso.

Non dispiace la voce, et anche il gesto,

ma Faustina canta. Or di’ tu il resto,

Mondo, ch’a me tu desti a roder l’osso...

 

Ottenne per la stagione a Vienna, 4.000 fiorini, e quindi finì per rientrare in Italia, passando a Padova, Venezia e Verona, evitando il natale paese, forse perché Cosimo era morto nel 1723 Gian Gastone, suo figlio e successore, allegro ed eccentrico, non poteva sopportare suo padre, e di conseguenza non poteva apprezzare chi lo aveva circondato. Anche Massimiliano II di Baviera era passato a miglior vita quasi contemporaneamente nello stesso periodo: tornato in Germania, Balatri fu al servizio del fratello dell’elettore, Giovanni Teodoro, vescovo di Ratisbona, un 24-enne.

Da questo momento non accadde nulla di rilevante nella sua vita sicchè trascorse una vita tranquilla e avulsa di fatti degni di nota, quindi la sua autobiografia si conclude ben presto.

Tuttavia è possibile avere altre informazioni sul cantante relativamente al resto della sua  vita attraverso alcune registrazioni del monastero di Fürstenfeld:

“Il 16 luglio 1739, la nona domenica dopo Pentecoste, si inaugurò la nuova chiesa del monastero e l’altare di San Sebastiano.

Sua altezza Giovanni Teodoro, vescovo di Frisinga e di Ratisbona, volle lui stesso incaricarsi della solenne funzione, mosso, come sembra, più che altro dalle ragioni seguenti. Era stata indetta per quel giorno di consacrazione la prima messa del nostro professo Teodoro Balatri, già Signor Filippo Balatri, il quale come castrato era   stato ammirato ed onorato in tutte le corti europee per le rare qualità della sua voce. In ultimo venne alla corte di questo principe vescovo, di cui si guadagnò la stima, come questi a sua volta entrò nella confidenza del Balatri. Il quale un giorno confessò al principe vescovo il suo intimo desiderio di rinunciare al mondo e di servire, come membro di un ordine religioso, Dio solo. Il principe vescovo, avendo ben esaminato e riconosciuto per costante tale zelo, aveva ottenuto facilmente la dispensa previa di farlo entrare in questo chiostro. In memoria e riconoscenza del fautore di sua vocazione, egli accettò nella solenne sua professione il nome di Teodoro. Ora, essendosi egli reso idoneo perfino alla dignità sacerdotale, fu consacrato ad Ismaning (luogo a poca distanza da Monaco nord), residenza estiva del principe vescovo, da questi stesso, il giorno 13 luglio, cioè 3 giorni prima dell’inaugurazione della nostra chiesa”.

Balatri fu nel monastero sino alla sua dipartita, ossia fino al 10 settembre 1756, e un certo abate Gerhard dà le seguenti informazioni sugli ultimi anni di vita del musico:  “Ancora adolescente, cantavo nel nostro seminario, feci conoscenza il grandissimo Filippo Balatri. A quel tempo egli dirigeva la musica sacra, e fui in grado di ascoltare per la sua avanzata età - aveva 76 anni in quel momento - la decandenza di quella voce che un tempo aveva suscitato l’ammirazione di ognuno”.

Poche altre notizie le possiamo ritrarre dal suo Testamento, datato 27 novembre 1737, documento che dimostra come l’anziano Balatri, legato sì da forti spinte religiose, non rinunciò mai alla sua indole scherzosa e vivace.

 

 

Frutti del Mondo

Il testamento Balatri

 

 

 

A cura di Arsace

 

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Ultimo aggiornamento: 28-06-09