Alcune considerazioni sul canto Settecentesco 

   

 

 

Bernacchi sciorina note in Mitridate di G.M. Cappelli, Venezia 1723, caricatura di Zaneti

 

 

Robert Price, nel suo "Observations on The Works of George Frederic Handel" afferma che: 

"I compositori italiani hanno 2 grandi ostacoli che ritengo siano la causa di tutta questa musica frivola ed insignificante d'oggigiorno. Il primo è il poco tempo che hanno per comporre... Il secondo ostacolo contro il quale gli operisti italiani devono lottare è l'influenza eccessiva dei cantanti su di loro". [per inciso, Handel non era tra questi: si ricordi l'esempio "Falsa immagine" e "Verdi Prati"] "Un bravo cantante - e questo vale per entrambi i sessi - raramente tralascia di esercitare questo predominio, né sarebbe prudente per il compositore usargli scortesia. Questi così finisce praticamente per soggiacere alle direttive del cantante nonostante lui sia l'autore delle arie: il che significa essere governati nella propria musica da gente che sa ben poco di musica, ma che tuttavia vuole brillare eseguendo tutti gli artifici che ha saputo inventare o imparare". 

Queste considerazioni si riallacciano ad alcune diatribe del tempo: 

1 - La dizione nel canto, scandire bene le sillabe, evitando le eccessive ornamentazioni, erano questi concetti sostenuti dagli autori dei libretti, come il Metastasio, ma anche da cantanti raffinati come Farinelli, dato che era d'abitudine per certi colleghi del settecento passare sopra al fatto che una parola venisse cantata per intero, così finivano per "mangiarsi" le sillabe a favore dei virtuosistici gorgheggi. Per Farinelli, Metastasio e Marcello invece, tanto per citare alcuni nomi, il testo è importante quanto la musica (anzi credo che il Metastasio pensasse al testo in primis, poi alla musica). Ma allora non è più opera lirica, è Dramma di prosa con eventualmente qualche commento musicale: si potrebbe dire che Metastasio arrivasse addirittura a pensare che la musica non fosse necessaria per rappresentare i suoi libretti... Immagino la sue espressioni dinnanzi ai trilli e ai virtuosismi, che in fondo, andavano a deturpare il suo sacro testo... 

2 - L'uso degli abbellimenti, controllati e/o a scapito del testo. Farinelli comunque, pur sostenendo la dizione, inserì gli abbellimenti nei ritornelli e nell'interpretazione delle arie. Per fare un esempio: "Ecco quel fiero istante", un'arietta di Metastasio. Il problema è fino a che punto? un problema che mi sono posto.... Credo che dipenda non solo dalla partitura, ma soprattutto dal livello di accettabilità dell'ascoltatore, e quindi da atteggiamenti soggettivi. Si potrebbe dire: abbellimenti ben vengano, a condizione che si rispetti musica e testo?! oppure rispettando solo il testo, o solo la musica?!.... Temo che si ricada dentro la soggettività personale.... Che il da capo debba assolutamente contenere variazioni è indubbio, e io personalmente adoro le pirotecniche, anche se avvengono a scapito del testo (per esempio il caso dove con 8000 gorgheggi si arriva a deturpare la parola: l'importante - e in fondo nelle arie che ha avuto modo di sentire finora il testo è detto chiaramente una volta, poi partono le variazioni, che tengono le vocali trillate, tali da non farci capire il testo: ma non trovo sia grave, almeno una volta il testo è stato detto. meglio naturalmente se pronunziano correttamente le parole - è chiaro - cantando tutte le sillabe che le compongono: credo però anche che un discorso così in generale sia soggetto a eccezioni e ad opinioni contrastanti: in effetti bisognerebbe prendere esecuzione per esecuzione: quindi dare un giudizio per incisione di singola opera e distinguere se si tratta di un'aria o di un recitativo). In definitiva credo che in fondo basta che il ritornello sia detto per lo meno una volta in modo completo: se poi non si dà il giusto risalto ad alcune sillabe di fine parola (parole troncate per esempio, cosa che però a pensarci bene non mi viene in mente nessuna incisione come esempio), si sa cosa vogliono dire e cosa vogliono esprimere: la musica esprime e la voce è uno strumento (e in fondo credo sia successo anche a Londra quando i cantanti, non italiani, cantavano con l'idioma italiano, o viceversa gli italiani cantavano gli oratori inglesi mangiandosi certe sillabe, ma soprattutto - e questo qualche volta si sente anche nelle incisioni di certi cd - sbagliando gli accenti tonici delle parole....).

 

 

 

 

 

A cura di  Arsace

 

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Ultimo aggiornamento: 04-08-05