Agrippina

HWV 6

 

Frontespizio Agrippina

 

 

Dramma per musica in tre atti

Musica di George Frideric Handel, completata nel 1709

Libretto di Vincenzo Grimani

Prima esecuzione: 26 Dicembre 1709, o nel corso del Carnevale del 1710 (la data esatta è incerta), Teatro San Giovanni Grisostomo, Venezia.

Cast della prima:

Agrippina: Margherita Durastanti, soprano  
Claudio: Antonio Francesco Carli, basso 
Nerone: Valeriano Pellegrini, castrato soprano  
Poppea:
Maria Scarabelli, soprano  
Ottone:
Francesca Maria Vanini Boschi, contralto 
Pallante:
Giuseppe Maria Boschi, basso
Narciso:
Giuliano Albertini, castrato contralto
Lesbo:
Nicola Pasini, basso
Giunone: ? contralto 

Orchestra:  
2 trombe, timpani, 2 flauti dolci, 2 oboi, archi e basso continuo.

Note:  
28 rappresentazioni consecutive. 

Agrippina venne eseguita nel 1713 a Napoli, con l'aggiunta di alcune musiche di Francesco Mancini; rimase stabilmente in cartellone ad Amburgo nelle stagioni 1718, 1719 e 1722; nel 1719 fu eseguita a Vienna. 
Agrippina include, oltre a del materiale tratto da composizioni handeliane anteriori, un'aria dall'opera Porsenna (1702) di Johann Mattheson.

 

 

 




AGRIPPINA andò in scena al teatro di S. Giovanni Grisostomo di Venezia il 26 dicembre 1709 (ma la data esatta non è certa). Si trattò di un vero e proprio scontro canoro, che coinvolse: Margherita Durastanti, nei panni di Agrippina, la protagonista dell’opera; era lei che doveva insidiare il posto della prima donna, la virtuosa celeberrima detentrice del titolo, l’indiscussa star del teatro, Diamante Maria Scarabelli, che interpretava il ruolo di Poppea, l’antagonista anche come ruolo di Agrippina. Spettatori di questo incontro, c’erano Vincenzo Grimani, cardinale, comproprietario del teatro, e da un anno pure viceré di Napoli, nonché presunto autore del libretto, ed Handel, autore certo della musica dell'opera. In proposito si deve rammentare che nessuno dei due nomi, né Grimani né Handel, compare sul libretto di scena veneziano del carnevale 1709-1710; tuttavia mentre il nome del musicista è presente sulle partiture manoscritte, e almeno sul libretto di Napoli del 1718, l'attribuzione del testo dell'AGRIPPINA a Vincenzo Grimani affiora tardi nella cronistoria dei teatri veneziani: alcuni studiosi nel 1795 gliene affibbiarono la paternità, insieme con quella di altre due opere date nello stesso teatro nel 1687-1688. A convalidare la tesi di una paternità del testo al cardinale, si può sottolineare che Grimani conobbe certamente Handel a Roma verso il 1707-1708 e l'AGRIPPINA, includendo non solo musiche, ma anche testo preso integralmente dall'oratorio LA RESURREZIONE di Capece e Handel eseguito a Roma nel 1708. In un punto fondamentale dell'opera, l’aria di Agrippina al cospetto di Poppea nell'atto I, scena XVIII, “Ho un non so che nel cor”, venne cantata a Venezia dalla medesima cantante che l'aveva interpretata a Roma nella RESURREZIONE, doveva ragionevolmente di cose venir redatta da qualcuno ch'era vicino a Handel, a Roma, dopo la pasqua 1708; e se costui fu davvero il Grimani, allora la cosa si dovette fare prima del suo insediamento sul trono vicereale di Napoli, nel luglio 1708.
Il match canoro che si svolse fra le due protagoniste, perché tutto il dramma ruota attorno alle due figure femminili, fu una schermaglia continua in tutti i tre atti.
Nell'atto I, in un interno (Gabinetto d'Agrippina), Agrippina tiene banco da sola con ben tre personaggi maschili e intesse l'intreccio, dando udienza man mano a suo figlio Nerone, a Pallante, a Narciso, questi ultimi due liberti che desiderano di possederla, e ch'ella strumentalizza ai propri intenti politici: innalzare al trono Nerone facendolo acclamare imperatore al posto di Claudio, suo marito, creduto morto inghiottito fra le onde. È questa la prima sequenza di scene, dalla I alla VI: tutti i personaggi, prima d'abbandonar la scena, cantano, come di giusto, la propria aria “d'entrata” (che si chiamerà così perché il personaggio/cantante “rientra” tra le quinte).
Ad Agrippina spetta l'ultima di simili arie, quella più incisiva: un'aria di virtuosismo, concertata, con un oboe solista, che espone Agrippina in un duello con l’oboe (“L’alma mia fra le tempeste”).
Si assiste dopo questa esposizione di bravura al cambiamento di scena. La seconda sequenza si svolge nella Piazza del Campidoglio con trono: si ripresentano uno dopo l'altro i 4 personaggi della prima sequenza di scene, per concretizzare il disegno di Agrippina sin dall’inizio dell’opera, ossia la proclamazione di Nerone imperatore.
Sennonché ecco il grande colpo di scena: Claudio non è affatto morto, perché l'ha salvato il prode Ottone, che l'imperatore per riconoscenza ha indicato come suo successore sul soglio di Roma. Due sole arie d'entrata, ben in vista, quella della protagonista Agrippina, e quella, conclusiva, dell'importuno, Ottone.
Ecco però che rimonta Poppea nella terza sequenza di scene nell'atto I: è Poppea il fulcro della trama, presente in scena dalla scena XIV alla XXIV. Poppea riceve: Lesbo servo di Claudio e Claudio medesimo (un imperatore che si presenta al pubblico nel boadoir d'una matrona prima che sul Campidoglio), e riceve soprattutto Agrippina, che tra l'altro la spia.
Poppea canta ben 4 arie, “d'uscita” (ossia al momento d'uscir in palcoscenico) la prima, “d'entrata” l'ultima, a fine atto.
Ma Agrippina, in virtù del suo andirivieni di burattinaia, artefice di trame ed intrighi, trova modo di collocarne due delle sue, ambedue d'entrata, cioè di fine scena, e per di più cruciali per l'inganno ch'ella tesse ai danni di Poppea per screditare Ottone, l'importuno, l'usurpatore d'un trono destinato a suo figlio Nerone, e di conseguenza a lei: Agrippina infatti crede che se Nerone divenisse Cesare, lei avrebbe acquisito ancora più potere di quello che già in sostanza aveva, quale Imperatrice, moglie di Claudio. Alla fine del primo atto, lo scontro canoro si conclude con 4 arie di Agrippina, 4 arie di Poppea, e con 1 aria a testa di tutti gli altri, eccetto Nerone che ne canta 2 e Claudio, che ne canta 2 ma sono ambedue ariette brevi e secondarie: a quel tempo, il personaggio di una levatura quale quella di un imperatore che non riuscisse a totalizzare neppure un'aria d'entrata in un Atto, è un imperatore ridicolo, da burla. Invece Agrippina, Ottone e Poppea hanno un'aria a fine sequenza per ciascuno, quella di Poppea addirittura a fine atto. Si può dire che il primo Atto termini con un pareggio.
Nell'atto II, si è in presenza di scena pubblica: si tratta di una strada di Roma contigua al palazzo imperiale predisposta per il trionfo di Claudio: in cinque scene, Ottone si esibisce in 2 grandi arie, una tutta luminosa d'uscita e l'altra tutta angustiata, tetra e sofferta d'entrata, giacchè nello svolgersi della trama frattempo ve ne sono 4, una a testa per Claudio, Agrippina, Poppea, Nerone, che finiscono, grazie alla mente di Agrippina ad un ribaltamento della situazione: da eroe, il probo innocente Ottone passa ad esser considerato da tutti un traditore, con una raffica di calunnie e maldicenze (nella versione data a Napoli nel 1713 addirittura sono 6 e non 4 le arie cantate «contro» il misero Ottone).
Ma le altre 2 sequenze di scene dell'atto II, tornano in mano alle 2 donne: Poppea dalla scena VI all'XI, Agrippina dalla XIII a fine dell’Atto: si assiste ad un brutto colpo per Agrippina, poiché l’ago della bilancia sembra favorire Poppea in importanza nelle scene: siamo dinnanzi a 3 sole arie, contro le 4 di Ottone. Il riscatto, si ha nello slancio finale alla fine dell'atto II: Agrippina segna una consistente rivincita tornando al centro dell’attenzione: il monologo tormentoso, momento di crisi nella sua carriera di grande macchinatrice, rimonta la sua posizione giungendo alla esultante aria finale dell'atto, che riesce a segnare un bel pareggio con quella di Poppea dell'atto I: ma era una tradizione ferrea che alla prima donna toccasse l'aria finale dell'atto II, o al primo uomo oppure, come qui, alla seconda primadonna l'aria finale dell'atto I.
Sono presenti sole 2 sequenze di scene nell'atto III:
la prima nel boudoir di Poppea munita di tre spazi, luogo dove finisce a collocare a vicenda i tre spasimanti Ottone, Nerone, Claudio; la seconda con Agrippina in evidenza.
Poppea ed Agrippina, tuttavia arrivano alla fine dello scontro con una sola aria a testa, anche se Agrippina, protagonista, canta l'ultima aria del dramma: ne approfittano gli altri per migliorare le loro quotazioni. Facendo le somme, abbiamo una gerarchia ben dosata ed una partita ben giocata. I cantanti erano tutti di gran classe, sebbene non tutti noti a Venezia.
La Scarabelli, bolognese, un soprano di enorme agilità, che nell'AGRIPPINA vanta un ambito di quasi due ottave (dal Do al Si bemolle), era, di tutto il cast, la più aclimatata nel teatro S. Giovanni Grisostomo, teatro di lusso di Venezia.
Nell'anno dell'AGRIPPINA, la Scarabelli risulta essere ufficialmente al servizio del viceré Grimani, che però ce l'aveva “in casa” (quantomeno in casa dei suoi fratelli non espatriati) da anni ed anni. Assieme alla Scarabelli, vantava lunga presenza nel Teatro di San Giovanni Grisostomo, Antonio Francesco Carli, un basso di grande estensione: aveva due ottave e mezzo nell’AGRIPPINA, dal Do basso al Fa acuto. Egli era a servizio della corte toscana, anche se era attivo sempre a Venezia dal 1706 al 1718.
Francesca Vanini e Giuseppe Maria Boschi, sposati, erano sempre in esibizione nei teatri di Bologna e di Venezia, prima dell’esperienza Handeliana: le strade della vita, dopo l’AGRIPPINA, finirono per intersecare ancora quella di Handel: Boschi, (con una estensione dal Sol al sol, grande interprete delle arie di rabbia e di furore), precedette l’arrivo di Handel a Londra di un anno, e fu un fondamentale interprete Handeliano finché durò la prima Royal Academy of Music.
La Vanini Boschi, forse anche per il suo aspetto fisico, si era specializzata nei ruoli maschili, ed interpretò il primo Ottone in AGRIPPINA e Goffredo in RINALDO: aveva un range vocale assai modesto (dal sol sotto il rigo al Mi).
I coniugi boschi erano comparsi nel 1707-1708 in un teatro antico, il S. Cassiano, che si era riproposto al pubblico sollevando consensi, sotto la direzione efficiente di Francesco Gasparini, associato alla contribuzione dei drammi per musica efficaci della ditta Zeno/Pariati: dal 1708, i Boschi facevano parte con Scarabelli ed il Carli della staff canoro di stanza al S. Giovanni Grisostomo.
Il castrato Albertini (poca voce: dal La sotto il rigo al Re) era al servizio di Toscana, e nella città lagunare aveva interpretato solo nel secondario S. Angelo: la sua fortuna consistete nell’apprezzamento del viceré Grimani che lo aveva conosciuto a Napoli nel 1708-1709.
Il Pasini era della cappella di S. Marco, quindi le sue doti potevano soddisfare la facilità del ruolo di Lesbo: non serviva molto più d'un bravo cantante di cappella, a sostegno del cast dominato da Scarabelli, Carli, Vanini e Boschi.
Il fatto però di accostare a questi vip, applauditi da sempre, consolidati quindi nell’ambiente veneziano 2 novellini (per Venezia) come la Durastanti e il Pellegrini nei ruoli rispettivamente di Agrippina e di Nerone era una vera e propria sfida dichiarata: una sfida pensata già a Roma, visto che la Durastanti era - come Handel - al servizio del marchese Ruspoli: si ricordi che Handel per lei compose in casa Ruspoli alcune delle sue più belle cantate. Visto inoltre che Valeriano Pellegrini, al servizio dell'Elettore palatino di Dusseldorf, era in trattative col soglio pontificio per ottenere, nel 1709, un beneficio ecclesiastico grazie ai buoni uffici del vescovo-musicista Agostino Steffani, si può ben ritenere che porre Pellegrini nel cast dovesse essere una mossa per provocare questa sfida.
Anche la Durastanti e il Pellegrini, furono poi a Londra, con Handel, anche se in epoche diverse: la Durastanti, soprano di discreta agilità, ma molto drammatico e poderoso, con una estensione che spaziava dal Re al La, lavorò per Handel dal 1720 a intermittenza fino al 1734, quand'era ormai divenuta un mezzosoprano: anche la voce ha un suo percorso di vita...
Pellegrini, invece, uno dei castrati più agili ed acuti del suo tempo, possedeva un range vocale dal Do al La, può esser considerato quasi un castrato di passaggio tra i 2 grandi castrati Handeliani Nicolino Grimaldi, primo interprete del Rinaldo nel 1711, e Senesino, primo interprete del Radamisto nel 1720, la capricciosa star fino all’epoca di ORLANDO nel 1733.
Le due fazioni non potevano essere più chiare di così: un gruppo di sfidanti (Agrippina/Durastanti e Nerone/Pellegrini) si contrapponeva, ostentando abilità e leggiadria canora accanto alla tessitura della trama drammatica, al partito avverso, saldamente stabilito nel favore del pubblico (Poppea/Scarabelli, Ottone/Vanini Boschi, Claudio/Carli).
Ciò che però segnò la buona riuscita dell’Opera AGRIPPINA fu l'osservanza rigorosa della distribuzione delle parti, della distribuzione delle arie, della distribuzione delle scene. E a questi obbiettivi sopperisce bene il testo dell’opera: il libretto rispetta le leggi della verosimiglianza: un'azione tutta ragionevole contrapposta alle irrazionalità dei sentimenti, totalmente avulso da interventi divini, senza apparizioni meravigliose. Assoluto è soprattutto il rispetto d'un requisito primario della verosimiglianza, la liaison de scènes. Con questa locuzione si deve intendere quella tecnica drammatica, teorizzata in Francia in età corneliana da François H. Abbé d'Aubignac (nella sua “Pratique du théatre” del 1657), e praticata ferreamente da Racine e dagli altri tragediografi francesi o francofili, che prevede di collegare sempre una scena alla successiva attraverso la permanenza di almeno un personaggio: ebbene è esemplare questa tecnica nell’AGRIPPINA di Handel, dove v'è un solo scarto: lo stacco tra la scena XI e la XII dell'atto III, dettata dalla necessità di permettere un'aria ulteriore a Nerone. Questo pregio è di poche opere, siano esse anteriori o posteriori ad AGRIPPINA. La liason de scènes garantisce, nell'AGRIPPINA, la calibrata ed equa contrapposizione della partita fra 2 primedonne: era necessario che si evidenziasse subito l'equa spartizione dello spazio drammatico tra le due contendenti; e solo il sistema della liaison de scènes la esalta: alla lettura, per chi legga il libretto prima dello spettacolo.
Questa tecnica di legatura favorisce anche alla caratterizzazione dei personaggi secondari: grazie alla sequenza di scene, si è riusciti a porre in evidenza l'anomalia d'un imperatore che canta poche arie davvero di terzo piano, quasi mai d'entrata, e quindi non capaci di suscitare nel pubblico una bella ovazione, sempre in mezzo a situazioni imbarazzanti, inopportune, disdicevoli ed indecorose: Claudio, è un imperatore tonto, libidinoso e senile: si tratta di una comicità raffinata, comprovata sia dalla musica di Handel sia dalla intempestività delle sue comparse in scena: ma non è comicità carnevalesca e grottesca, abbandonata al gusto selvaggio della caricatura, ma è comicità di un comportamento fuori delle regole, delle convenienze e pertinenze del sistema in cui agiscono gli altri personaggi. Claudio si è detto sia stata la caricatura del vecchio papa Clemente XI, antiasburgico e quindi assolutamente detestato dal cardinale Grimani, viceré austriaco a Napoli, nonché anti-Durastanti o anti Agrippina che dirsi voglia in virtù d'una sua interdizione all'esibizione della canterina nelle vesti - puramente metaforiche - della Maddalena nell'oratorio Handeliano LA RESURREZIONE a Roma durante la Pasqua del 1708.
AGRIPPINA si propone come un’opera che rinunzia a tutto un sistema di luoghi comuni del libretto seicentesco: nessun travestimento, nessun equivoco sull'identità dei personaggi, solo un piccolo fraintendimento, quello di Claudio, per l'assonanza Ottone/Nerone, nessuna agnizione finale, una sola azione fermamente tenuta in pugno dalla protagonista e dalla rivale.



 

Cast dal libretto originale di AGRIPPINA di Handel

 

 

La Trama



ATTO I

Agrippina, consorte dell'Imperatore Claudio, è assetata di potere, che vuole rafforzare ulteriormente, assicurando il trono a Nerone, il figlio avuto dal primo marito, così da poter esercitare meglio il potere attraverso lui. Per raggiungere lo scopo, mette in atto vari stratagemmi sia politici che erotici.

La stanza del trono.
Agrippina riceve un dispaccio che riporta la morte di Claudio in un naufragio mentre tornava da una vittoriosa campagna in Germania: questo le permette di organizzare le cose secondo i suoi progetti.
Chiede quindi a Nerone di presentarsi immediatamente alla popolazione come nobile e generoso amico del popolo e convoca i due ministri Pallante e Narciso, entrambi invaghiti di lei, a quali comunica, l'uno a l'insaputa dell'altro, la notizia della morte di Claudio, promettendo i suoi favori se sosterranno Nerone nell'ascesa al Campidoglio.
Seguendo i consigli della madre, Nerone distribuisce pubblicamente denaro ai poveri e quando la notizia della morte di Claudio diventa pubblica in Campidoglio, Agrippina chiede ai presenti di scegliere il successore: immediatamente si levano le voci di Pallante e Narciso che salutano in Nerone il nuovo Cesare.

Durante la proclamazione, Lesbo servo di Claudio, irrompe con la notizia che Claudio è vivo: il generale Ottone è riuscito a salvarlo dalle acque. Nerone deve scendere dal trono appena sedutosi ed è costretto a far buon viso a cattivo gioco fingendosi felice con Agrippina.
Ma le cose si complicano, poiché si viene a sapere che Claudio, riconoscente per l'eroico gesto che gli ha salvato la vita, promette ad Ottone la carica di Cesare: sarà Ottone a succedergli al trono di Roma.
Ottone ne è lusingato, e accetta, ma tutto quello che vorrebbe è solo la mano di Poppea: chiede perciò la mediazione di Agrippina che, consapevole che anche suo marito è invaghito di Poppea, vede subito il terreno per un nuovo intrigo.

Il boudoir di Poppea.
Poppea ha ragione di essere contenta, può infatti scegliere tra tre pretendenti di alto rango: Claudio, Nerone e Ottone. Fin'ora non si è impegnata con nessuno dei tre, sebbene le sue preferenze siano rivolte ad Ottone.
Lesbo le annuncia la venuta di Claudio, che desidera mantenere l'incognito. Anche se Poppea avrebbe preferito vedere Ottone, acconsente ad avere un incontro con l'Imperatore.
Nel frattempo Agrippina le fa visita per avvisarla che Ottone l'ha tradita cedendola a Claudio in cambio del trono. Perciò le suggerisce un piano per vendicarsi: ella dovrà fingersi innamorata di Claudio e ingelosirlo facendo insinuazioni circa le intenzioni amorose di Ottone. Così Cluadio avrebbe punito Ottone levandogli il trono. La gelosa Poppea cade nella trappola, ignara delle vere motivazioni di Agrippina.
Quando l'Imperatore le viene a fare visita segretamente, ella intriga ai danni di Ottone, come suggerito da Agrippina. Claudio non ha tuttavia il tanto sospirato premio amoroso, poiché è costretto ad andarsene frettolosamente a causa dell'arrivo di Agrippina.
Quest'ultima rassicura Poppea della sua amicizia.


ATTO II

La sala del trono.
Pallante e Narciso sono al corrente dell'intrigo di Agrippina e tramano per mandarlo a morte. Claudio entra a Roma portato in trionfo con timpani e trombe, con seguito di prigioni germani, trofeo della vittoria.
Ottone che credeva di essere nominato Cesare, si sente mortificato, dal momento che Claudio, geloso per le avances del generale alla sua amante Poppea, lo disprezza e si rimangia una promessa ad un uomo vile che insidia la virtù di giovani donne romane.
Tutti lo evitano, perfino Poppea. Disperato si lamenta del suo triste destino.

Il giardino dell'Imperatore.
Poppea è turbata del provato tradimento di Ottone, purtuttavia le riesce strano poter credere che e lei Ottone abbia preferito il trono.
Quando scorge che Ottone le si sta avvicinando, si finge di addormentata così da poter constatare i suoi veri sentimenti. Come se stesse sognando accusa Ottone, che ascolta venendo quindi a conoscenza del motivo della sua caduta in disgrazia.
Egli si difende dalle sue accuse e indica Agrippina come unica artefice degli intrighi.
I due decidono di prendersi una rivincita su Agrippina.
Lesbo annuncia a Poppea l'arrivo di Claudio al suo boudoir, ma Nerone giunge prima dell'Imperatore nel giardino.
Poppea coglie immediatamente l'opportunità di perfezionare la sua pariglia contro Agrippina, chiedendo a Nerone di farle visita nel suo boudoir per provarle il suo amore; Nerone accetta con entusiasmo.
Agrippina teme di essersi spinta un po' troppo in là con i suoi intrighi, poiché la situazione comincia a sfuggirle di mano.
Urge un suo intervento, cosicché tenta di convincere Claudio del fatto che Nerone è il suo degno successore, riuscendo ad ottenere ciò che vuole e, giacchè Claudio ha fretta per l'appuntamento
con Poppea, riesce anche a strappargli la promessa che farà un proclama ufficiale il giorno seguente.

ATTO III

Il boudoir di Poppea.
Poppea ha dato appuntamento ai suoi tre ammiratori.
Ha invitato anche Ottone, come testimone dei suoi complotti: egli osserverà tutto da una posizione nascosta.
Quindi riceve l'innamorato Nerone, lo intrattiene fino all'arrivo di Claudio: Indica a Nerone quindi un posto dove nascondersi per non esser visto dal patrigno regale.
Giunto Claudio, Poppea accenna al fatto che il suo rivale è Nerone e non Ottone: Claudio si è probabilmente confuso tra i due nomi simili.
Per estirpare ogni dubbio dalla mente del povero Claudio, fa incontrare i due in modo apparentemente accidentale, chiamando Nerone dal suo nascondiglio. Claudio è in collera per l'impudenza dimostrata da Nerone nel coinvolgere una vergine e lo caccia via.
Questo però convince Poppea che Agrippina non accetterà la caduta in disgrazia del figlio e dovrà scoprire le sue carte.
Anche questa volta le speranze di Claudio di passare un'ora d'amore con Poppea svaniscono, e andatosene dal boudoir, finalmente Poppea e Ottone, lasciati soli, suggellano la loro riconciliazione.

La sala del trono.
Agrippina è furibonda: Nerone rischia di perdere il trono a causa della sua avventura e il suo complotto contro Ottone è stato neutralizzato da Poppea.
Nonostante questi fatti, Agrippina non si ritiene vinta.
Temendo un castigo esemplare visto che il gioco di Agrippina sta andando di male in peggio, Pallante e Narciso raccontano a Claudio delle folli macchinazioni messe in atto da Agrippina per usurpare il trono di Claudio, a favore di Nerone, durante la sua assenza.
Claudio affronta Agrippina con queste accuse. Per Agrippina sembra sia tutto perduto, eppure è capace di giustificarsi con "un'ardita difesa": per salvare la pace di Roma e la stabilità dell'Impero doveva agire rapidamente.
Claudio finge di essere preso in contropiede e di vergognarsi di fronte alla moglie, specialmente quando Agrippina, altra contromossa per intimidire Claudio, allude al suo debole per Poppea.
Claudio decide di radunarli tutti e annuncia le sue decisioni: è stanco di esser in mezzo a tutte queste macchinazioni e vuol fare tutti contenti: Nerone sposerà Poppea e Ottone diventerà Cesare.
Ma anche in questo caso l'ottusità dell'Imperatore si palesa subito: c'è una infelicità generale poiché Nerone non vuole sposarsi, ma regnare e Ottone vuole solo Poppea. Claudio stanco asseconda i loro desideri: Cesare sia Nerone e Ottone sposi Poppea! Corona poi il tutto con il proclama di un decreto che glorifica la moglie Agrippina, ma che avvantaggia anche i suoi desideri personali: Ottone viene mandato in Germania, senza Poppea che l'aspetterà a casa, consolata da Claudio, con l'alto compito di fondare una città che porterà il nome dell'Imperatrice: Colonia Agrippina.

   

 

 

Il Libretto

La partitura di Agrippina

Discografia

 

 

 

 

Ogni vento (Véronique Gens)

 

 

Come nube che fugge dal vento (Philippe Jaroussky)

 

 

 

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A cura di  Arsace & Rodrigo

 

www.haendel.it

 

Ultimo aggiornamento: 07-11-08