Federico II

il Grande

Re di Prussia

 

(  Berlino, 24 Gennaio 1712 - Sans-Souci, 17 Agosto 1786 )

 

 

Federico II di Prussia

 

L’infanzia e la prima giovinezza di Federico sono notevolmente caratterizzate da due fattori principali: da un lato l’amore per la musica, la letteratura latina e francese, l’arte ed il bello in genere; dall’altro, la severità e addirittura la crudeltà con cui il giovane Federico viene trattato dal padre Federico Guglielmo I.

Fin da subito, infatti, il re intende educare il figlio secondo saldi principi religiosi, e imponendogli uno studio della storia, e della storia militare, pedante, mnemonico e arido.

Federico, però non mostra alcun interesse verso questo genere di studi; il re pensa di ovviare al problema affidando il figlio alle cure della governante Marthe von Roucoulle e di Jacqes-Égide Duhan, ma questo si ritorce per così dire contro le sue intenzioni.

La vicinanza di queste persone fa aumentare ancora di più in Federico l’amore per la lingua francese, tanto che egli per tutta la vita si servirà di quest’idioma per esprimersi, usando il tedesco ( “Parlo un tedesco da cocchiere” dirà un giorno), solo molto raramente.

Con Duhan, Federico scopre anche l’amore per la musica e per il flauto in particolare.

Lui e la sorella Guglielmina, futura Margravia di Bayreuth si divertono ad improvvisare duetti, Federico al flauto e Guglielmina al liuto.

E’ però nel 1728, in occasione ad una visita di Federico Guglielmo all’elettore di Sassonia, Augusto, che Federico assiste per la prima volta ad una rappresentazione della Cleofide di Hasse a Dresda; in quest’occasione si rende conto di cosa significhi avere a disposizione un’orchestra di corte e a quale livello di magnificenza possano assurgere gli spettacoli teatrali.

A Dresda, conosce anche Johann Joachim Quantz, il famoso flautista, che suona nell’orchestra assieme ad altri nomi di spicco come Johann Georg Pisendel, Pierre-Gabriel Buffardin ed altri.

Gli anni bui però non sono finiti; deluso dal fatto di avere un figlio troppo raffinato, elegante che non dimostra alcun interesse per la caccia ed altre attività simili, Federico Guglielmo non perde l’occasione di ridicolizzare Federico.

Durante la Guerra dei Sette Anni, Federico racconterà al suo lettore Henri de Catt:

“Ancora fanciullo, e studiando un po’ di latino, declinavo insieme al mio maestro mensa-ae, dominus-i, ardor-is, quando improvvisamente mio padre entrò nella stanza.

“Che fate lì?”- “Papà, declino mensa-ae”- dissi con un tono così infantile che avrebbe dovuto commuoverlo.-

“Ah furfante! Il latino a mio figlio, togliti dai piedi”,- e gli diede una scarica di bastonate e di pedate nel sedere, sospingendolo in quella maniera selvaggia fino alla stanza attigua.

Atterrito da quelle botte e dall’aria furibonda di mio padre, tutto tremante di paura, mi nascosi sotto la tavola, pensando di essere al sicuro lì: ma vedo mio padre venire verso di me, al termine della sua spedizione punitiva; tremo ancora di più, mi prende per i capelli, mi tira fuori di sotto la tavola, mi trascina in mezzo alla stanza e, finendo coll’appiopparmi qualche schiaffo: “Ricomincia col tuo mensa, e vedrai come t’aggiusto io”. 

L’acme viene raggiunto, quando Federico, stanco delle continue vessazioni, viene scoperto in procinto di fuggire assieme al suo primo amore, il tenente Hans Hermann von Katte. Il progetto fallisce e Federico viene rinchiuso nella fortezza di Küstrin. Katte viene catturato e decapitato nel cortile antistante la fortezza, in modo che il principe possa assistere all’esecuzione dell’amato. 

E’ in questa infelice occasione che Federico conosce Michael Gabriel Fredersdorf, spedito a Küstrin come valletto. Federico e Fredersdorf saranno legati fino alla morte di quest’ultimo da un sentimento profondo. (Per inciso Fredersdorf, flautista come il re, è molto probabilmente il destinatario della sonata per flauto e basso continuo in Mi magg. BWV1035 di J. S. Bach). 

Il principe deve cosi sottomettersi apparentemente, per cosi dire alla volontà del padre, che per inciso, non nutre alcun interesse per la musica, gli spettacoli. (La vita teatrale di Berlino, che aveva conosciuto un certo vigore sotto Federico I e Sofia Carlotta, nonni di Federico, era notevolmente arretrata rispetto a quella di Dresda). Federico deve sottomettersi alla volontà del padre, sposandosi nel 1733 con Elisabetta Cristina di Braunschweig-Bevern. E’ un incubo per Federico, che comunque trova il modo per non dividere mai lo stesso letto con l’odiata moglie. In seguito riuscirà finalmente, dopo la morte del padre, anche a vivere separato da lei.

Federico impara  in questo periodo l’arte della dissimulazione (in primis nei confronti del padre) che tanto farà perdere il sonno ai suoi avversari.

Intanto, Federico può mettere insieme un’orchestra di tutto rispetto, formata tra gli altri da Quantz (ormai insegnate di flauto del principe), Franz e Jan Benda.

Nel 1740, finalmente Federico sale al trono. 

Secondo il duca di Chevreuse, il nuovo re ha: “Una fisionomia arguta, begli occhi, viso tondo, allegro, vivace, denti piuttosto belli, capelli scuri e folti, l’aspetto nobile”. 

E il marchese Valori:

“ Ha occhi truci quando è scontento, ma non c’è niente di più dolce, di più affettuoso e di più accattivante quando vuol piacere. Ha una bella capigliatura, naso e bocca gradevoli, un bel sorriso arguto, ma che diventa spesso canzonatorio e amaro. La dolcezza del suo sguardo è capace di sedurre tutti quando egli ha l’animo sereno”. 

Il giovane re è fermamente deciso ad abbellire la sua città. In breve tempo Berlino viene arricchita di edifici e diventa una delle città più invidiate anche per l’aria di libertà che vi si respira.

Federico abolisce la tortura, sancisce la tolleranza religiosa. Vengono riformati i codici e viene abolita la pena di morte.

“Chacun doit être heureux à sa façon”, afferma.  

In questo periodo, Federico dà incarico al console veneziano Cataneo di reclutare nuovi cantanti italiani per il nuovo teatro berlinese che è in costruzione.

L’attenzione di Cataneo cade su Felice Salimbeni, giovane soprano coetaneo di Federico, che, afferma il console, ha un talento che può eguagliare quello di Farinelli.

In lizza è anche Giovanni Carestini, me le condizioni economiche richieste appaiono a Federico troppo onerose. Seguendo Hubert Ortkemper, sembra che Cataneo si sia interessato anche a Gizziello, ma egli era già impegnato in altri teatri.

Nel 1742 viene inaugurato il nuovo teatro, la bellissima Staatsoper, con Cleopatra e Cesare di Carl Heinrich Graun (del cast fa parte tra l’altro un giovane Antonio Hubert meglio noto come Porporino, che qui veste i panni di Lentulo).

Intanto, gli impegni militari non impediscono a Federico di progettare e far erigere quella che sarà la sua dimora preferita, Sans-Souci, che viene inaugurata nel 1747.

Qui il re, oltre a svolgere il suo lavoro minuziosamente organizzato, s’intrattiene amabilmente con i suoi ospiti, raccoglie opere d’arte e naturalmente si esibisce come flautista nel concerto serale per la sua ristretta cerchia di ospiti.

Federico, a dire degli esperti supera di gran lunga gli altri dilettanti di musica e sembra eccellere particolarmente nei movimenti lenti (guarda un po‘, quasi come Salimbeni nelle opere!). 

Sentiamo Burney

“La sua imboccatura era chiara e regolare, le sue dita brillanti e il suo gusto schietto e naturale; provai grande piacere, e finanche stupore per il modo spigliato con cui suonava gli allegri e anche per l’intensità espressiva da lui raggiunta negli adagi”

Nei passaggi veloci, talvolta non rispetta il tempo ed accade che il maestro Quantz, (l’unico cui sia concesso applaudire il regale allievo), inizi a tossicchiare indispettito. A quanto pare, una sera la “tosse” del Maestro deve essere stata così molesta, che Federico ha smesso di suonare, chiedendo cosa si potesse fare per il raffreddore di Quantz!

 

 

Sans-souci: fontane e colonnato

 

 

Nel nuovo palazzo di Sans-Souci o nel palazzo di città di Potsdam (la cosa non è stata ancora ben appurata), nel 1750, il 1 Maggio, per la precisione, giunge in visita un ospite illustre: Johann Sebastian Bach.

Così Forkel, descrive quell’incontro: 

“Una sera, proprio nel momento in cui aveva finito di preparare il suo flauto e i musicisti erano pronti, un domestico gli porse l'elenco degli ospiti che erano arrivati. Con il flauto in mano diede un'occhiata all'elenco, ma immediatamente si rivolse verso i musicisti riuniti e disse, con una certa emozione: "Signori, è arrivato il vecchio Bach". Il flauto venne messo da parte e il vecchio Bach, che alloggiava in casa del figlio, venne immediatamente convocato a palazzo. Wilhelm Friedemann, che accompagnava il padre, mi ha raccontato questo episodio, e debbo dire che ricordo ancora con piacere il modo in cui ne parlava. Allora si usavano complimenti piuttosto verbosi. La prima apparizione di Bach davanti a un re così grande, che non gli aveva nemmeno lasciato il tempo di togliersi gli abiti da viaggio per mettersi l'abito nero di cantore, dev'essere stata necessariamente accompagnata da molte scuse. Non voglio ora diffondermi su queste scuse; dirò soltanto che nel racconto di Wilhelm Friedemann esse costituiscono un vero e proprio dialogo tra il re e Bach che continuava a scusarsi. Ma ciò che più conta è che il re quella sera rinunciò al suo concerto, e invitò Bach, già allora detto "il vecchio Bach", a provare i suoi fortepiano costruiti da Silbermann, che si trovavano in varie stanze del palazzo. I musicisti passarono con lui da una stanza all'altra e in ognuna Bach era invitato a provare gli strumenti e a improvvisare. Dopo un certo tempo Bach chiese al re di dargli un tema per una fuga che egli intendeva eseguire subito, senza alcuna preparazione. Il re ammirò la raffinatezza con cui il suo tema venne usato nella fuga improvvisata e, probabilmente per vedere dove poteva giungere una simile arte, espresse il desiderio di sentire una fuga a sei voci obbligate. Ma poiché non ogni tema si presta a sostenere un'armonia così ricca, Bach scelse un altro tema e, con grande meraviglia di tutti i presenti, lo eseguì immediatamente, nello stesso modo sublime e raffinato con cui aveva eseguito il tema del re. Sua Maestà desiderava sentirlo anche all'organo. Perciò il giorno dopo Bach dovette suonare tutti gli organi di Potsdam, così come il giorno prima era accaduto con i fortepiano di Silbermann. Dopo il ritorno a Lipsia, egli compose il tema ricevuto dal re a tre e a sei voci, aggiunse vari passaggi in canone stretto, lo fece stampare con il titolo Musicalisches Opfer, e lo dedicò al suo inventore“. 

La visita di Bach a Potsdam non rappresenta l’unica testimonianza della presenza di ospiti illustri alla corte di Federico.

Fino da quando ere principe ereditario, infatti, egli intrattiene una ricchissima corrispondenza con Voltaire.

I due si ammirano, si elogiano e si lusingano a vicenda. Nel 1740, Voltaire è già venuto in visita alla corte prussiana, ma i tentativi di Federico di legare a sé costantemente il filosofo francese, per quanto allettanti non hanno ancora avuto buoni risultati. Voltaire, infatti non se la sente di abbandonare il burrascoso rapporto con Emilie du Châtelet ; un ménage à trois o addirittura à quatre  per dire la verità, se consideriamo che Voltaire sorprende l’amante (tra l’altro è già sposata) con Monsieur de Lambert e finisce di buon grado per accettare la situazione. 

Nel 1750, però dopo la morte di Emilie, Voltaire accetta la proposta del re e si stabilisce a Potsdam e Berlino.

I due per un po’ vanno d’accordo in tutto e per tutto; Voltaire è letteralmente affascinato dal re, ne corregge i versi e la prosa francese, intrattiene gli ospiti e fa rappresentare le sue commedie, dove recitano anche i fratelli del re (cosa studiatissima e voluta da Federico, che così può togliersi di mezzo il parentado ed evitare che interferisca nelle faccende politiche).

Ad un certo punto, Voltaire, che non ha perso il suo “senso per gli affari”, finisce per immischiarsi in situazioni poco chiare; questo assieme ad altri fattori finisce per rovinare l’amicizia fra lui ed il re.

C’è da dire, che passata la tempesta, riprenderà la corrispondenza tra i due, uno dei più interessanti carteggi del XVIII secolo, che si interromperà solo alla morte di Voltaire.

Il filosofo francese non perderà però l’occasione per vendicarsi di Federico (oltretutto nel momento in cui la Prussia, appoggiata solo dall’Inghilterra, deve vedersela contro la coalizione Austria-Francia-Russia), scrivendo la Vie privée du roi de Prusse, ou: Mémoires pour servir à la vie de M. de Voltaire écrits par lui même, in cui racconterà particolari della vita privata e quotidiana del re.

Ora, nonostante la verosimiglianza dei fatti raccontati, sembra piuttosto chiaro che Voltaire cerchi di modificare un po’ le cose nel timore di divenire lo zimbello delle corti europee e di passare per colui di cui il re di Prussia ha “approfittato” .

Voltaire non è comunque l’unico a prendersi gioco delle tendenze amorose di Federico; durante la guerra dei Sette Anni (e non solo), infatti i suoi nemici si sono divertiti a condannare  i suoi gusti. 

Il duca di Choiseul per esempio (citato anche dallo stesso Voltaire):

 

Jusque-là, censeur moins sauvage,

souffre l’innocent badinage

de la Nature et des Amours. ,

Peux-tu condamner la tendresse,

toi qui n’en as connu l’ivresse

que dans les bras de tes tambours?                                  

( Tant‘oltre, censore meno selvaggio,

 sopporta l'innocente scherzo

Della natura e degli amori.

Puoi condannare la tenerezza,

Tu che non ne hai conosciuto l'ebbrezza

Che fra le braccia dei tuoi tamburini?)

  

 

Federico II con Voltaire

 

 

E così i suoi avversari, non capendo d’altronde, lo spirito estremamente sensibile di Federico, che riesce ad esprimersi molto bene, oltre che nella sua musica, anche nei suoi versi, (oggigiorno per fortuna citati di nuovo ogni tanto) come in questi tratti dall’ode “Aux Manes de Césarion”, scritta in seguito alla morte di Dietrich von Kayserling (soprannominato da Federico appunto Cesarione) che insieme a Fredersdorff è sicuramente l’uomo che Federico ha amato di più in vita sua.  

 

Qu’entends-je? Juste Dieu! Quelle affreuse nouvelle?

Césarion n’est plus! Le livide Trépas

Tranche, de sa faux cruelle,

Le fil de ses beaux jours, se charmes, ses appas

Quel affreux désespoir! Ami tendre et fidèle!

Je sens mille poignards qui me percent le coeur:

Ah! Ce coeur déchiré palpite de fureur;

Tu n’n’ plus! C’en fait, ma perte est éternelle:

Mon amour, qui te suit jusq’aux bords du néant,

Au-del du trépas te respecte et t’honore; [...]

 

(“Cosa sento? Giusto Dio! Quale terribile notizia?

Cesarione non vive più! La livida morte tronca, con la sua

Crudele face, il filo dei suoi bei giorni,

Le sue grazie, i suoi doni.

Che dolore atroce! Amico tenero e fedele!

Sento mille pugnali che mi trafiggono il cuore:

Ah! Questo cuore lacerato palpita di furore,

Tu sei morto! È così, la mia perdita è eterna:

Il mio amore, che ti segue fino ai limiti del nulla,

Al di là della morte ti rispetta e ti onora; [...])

 

 

[...] Ces jours sont écoulés comme des ombres vaines,

Où nos deux coeurs unis, ne forment qu’un seul coeur,

S’entre-communiquoient leurs plaisirs et leurs peines

Et ne pouvoient jouir que  d’un même bonheur. [...]

 

([...] Questi giorni sono trascorsi come ombre vane,

Quando i nostri due cuori uniti, che formano che un cuore solo,

Si comunicano tra loro i loro piaceri e le loro pene

E non possono godere che di una stessa gioia. [...])

 

[...]Là, dans cet asile sombre,

Je veux m’unir à ton ombre,

Et la chérir constamment. [...]

([...] Là, in quell’oscuro asilo,

Voglio unirmi alla tua ombra,

E amarla costantemente. [...])

 

 

Federico II

 

 

Intanto, a Berlino si continuano a dare opere, di cui il re stende talvolta personalmente il libretto seguendo fondamentalmente due modalità. Federico infatti talvolta scrive il libretto in prosa francese: è il caso per esempio di Silla (1753); altre volte il libretto viene scritto in versi francesi, come Montezuma (1755), I fratelli nemici (1756), Merope (1756).

Capita anche che il re abbozzi solo l’argomento, così come accade per Coriolano, l’opera che vede scoppiare una lite tra il sovrano e Felice Salimbeni.

All’Hofdichter Tagliazucchi il compito di volgere in versi italiani il testo.

Nel 1755 va in scena Montezuma e Porporino, ormai il primo uomo dell’opera berlinese, veste i panni dello sfortunato imperatore.

La musica, come del resto lo è per le opere sopra citate, è del Kappelmeister Carl Heinrich Graun, al quale Federico ha affidato già da anni la composizione dei melodrammi.

Il libretto è senza dubbio uno dei più notevoli che Federico abbia scritto. Sintomatica la splendida prima aria di Montezuma:

 

Non saprei curare il vanto

Di grandezza passeggera,

Non vorrei del regno il freno,

Se con man troppo severa

Lo dovessi governar. 

Cor di padre ho nel mio seno,

Son miei figli i miei soggetti,

Ed io lascio la fierezza,

Rea cagion di tristi effetti

Ai tiranni esercitar.

 

dove Federico esprime i suoi principi di sovrano illuminato, che vengono purtroppo a scontrarsi contro le norme della ragion di stato. 

Oppure la necessità di diffidare nelle parole di Pilpato è nel secondo atto (aria cosi “fredericiana” anche per la  sua affinità al Grave del Concerto in Do maggiore!)

 

Erra quel nobil core

Che in sua bontà riposa,

Spesso la frode ascosa ,

Lo viene ad ingannar.

Ne’ fausti eventi loro,

Cauti guardiam costoro.

Consiglio il più sicuro

Fu sempre il diffidar.

 

Necessità così sentita da Federico, che spesso si è visto tradito da coloro che lo hanno circondato.

E ancora lo stoicismo di Montezuma nel terzo atto:

 

Del mio destin tiranno

Tutto l’orrore io sento,

Ma intanto a un vile affanno

Non cedo e non pavento,

Né mi vedrai tremar.

Barbaro! Ov’è la morte?

Vengami a torre il giorno.

Meglio è perir da forte,

Che fra vergogna e scorno,

La vita conservar.

 

Lo stoicismo che Federico dimostrerà durante la Guerra dei Sette Anni.

Per questi interminabili sette anni, Federico si sposta con i suoi soldati, riporta vittorie tra le quali autentici capolavori di strategia militare (Leuthen 1757), ma viene anche sconfitto.

E quando l’intera Europa lo crede distrutto e umiliato, Federico riesce ancora a rialzarsi e si dimostra il principe amante del bello, della letteratura e soprattutto della musica che è stato un tempo. 

Bellissimo il  ritratto di questi anni di guerra che fa H. A. L. Fisher nella sua History of Europe:  

   

[...] Ma fu Federico e Federico soltanto, che salvò la Prussia dalla distruzione.

Questo comandante miscredente aveva fatto dall’esercito prussiano, composto in molta parte da stranieri, un’unità religiosa pronta a ogni sacrificio.

Quando entravano in azione, eccitati dalla ispirata eloquenza del re artista e animati dalla musica commovente di un corale luterano, i suoi soldati erano persuasi che il Dio dei protestanti combattesse al loro fianco.

I rovesci più terribili, non indebolendo i ferrei propositi del capo, non riuscivano a demoralizzare i valorosi, avvinti dal suo fascino.

Ridotto a un terzo della sua forza primitiva, dopo le feroci battaglie del primo anno di guerra, l’esercito di Federico continuò a difendere contro forze soverchianti il diritto all’esistenza della nazione prussiana.

Che importava se Berlino fosse saccheggiata da un’incursione nemica nel 1757, o che per molti mesi negli anni seguenti, un esercito russo applicasse i suoi barbari metodi sul suolo prussiano?

L’anima della Prussia non era incarnata in un paese o in una città, ma in un uomo che, sotto tutte le sue doti, grazie e qualità superficiali, le sue fughe e le sue sonate, i suoi versi francesi e le sue speculazioni filosofiche, nascondeva l’avita forza granitica della sua razza guerriera [...]. 

 

L’esperienza della Guerra dei Sette Anni segna profondamente l’animo di Federico, che oltretutto in questo periodo, ha perso oltre la sorella Guglielmina, la madre, il fratello  Augusto Guglielmo, altre tre sorelle (Sofia, Luisa Ulrica, Luisa Federica) e i suoi più cari amici. 

L’unica cosa che riesce a confortarlo ancora è la musica e il suo amato flauto.

Vengono di nuovo rappresentate opere a Berlino e Federico riesce anche a superare la sua diffidenza per le voci tedesche, (che ritiene di gran lunga inferiori alle voci italiane), dopo aver sentito cantare il soprano Gertrud Schmeling Mara

Questi sono però gli anni in cui Federico ha perso il suo antico smalto; e sono gli anni che contribuiscono a far nascere l’idea e la figura del “vecchio Fritz”, su cui tanto ricamerà la letteratura ottocentesca e  in parte anche quella successiva. 

Nell’ultimo periodo della sua vita, Federico si rende anche conto della sua prevenzione nei confronti della letteratura tedesca, esprimendo però la sua opinione in merito.

L’idioma della sua patria, infatti necessita secondo lui di un costante lavoro di lima e “politura”; Federico sa che la letteratura tedesca assurgerà a nuovi splendori, ma, aggiunge egli è troppo vecchio per potervi assistere. 

Quando muore, il 17 Agosto del 1786, non viene rispettata la sua volontà di essere sepolto sulla terrazza di Sans-Souci, accanto alla statua di Flora, e vicino alle sue amate piccole levriere italiane (Biche, Alcmene, Amourette, etc.) con le quali ha condiviso il suo tempo.  

Solo dal 1991, 205 anni dopo, il suo desiderio è stato finalmente esaudito.

 

 

 

Statua di Federico II nel castello di Hohenzollern

 

 

 

Composizioni

 

L’elenco delle OPERE MUSICALI DI FEDERICO II , RE DI PRUSSIA è da considerarsi indicativo, anche a causa della necessità di chiarire alcune attribuzioni di certe opere (non sono state inoltre prese in considerazione le opere letterarie di Federico II, ad esclusione dei libretti, che necessiterebbero di un elenco a parte).

 

MUSICA STRUMENTALE

 

 

4 CONCERTI per Flauto, archi e b.c. 

Concerto n.1 in Sol Maggiore

Concerto n.2 in Sol Maggiore

Concerto n.3 in Do Maggiore

Concerto n.4 in Re Maggiore 

 

121 SONATE per Flauto e b.c. 

 

SINFONIE  

Sinfonia in Sol maggiore (n.1) 

Sinfonia in Sol maggiore (n.2) 

Sinfonia in Re maggiore  (n.3), (1743?), utilizzata come Ouverture per la serenata “Il Re Pastore” (1747) (vedi sotto) 

Sinfonia in La maggiore  (n.4) 

 

MARCE 

Marcia in Mib maggiore 

Marche de S.M. le Roy de Prusse (Mollwitzer-Marsch) 

Hohenfriedberger Marsch, (in corso di verifica se sia o meno ascrivibile a Federico) 

Air des Houlans ou Marche du roi de Prusse 

Marcia 1756 

 

4 QUADERNI di solfeggi per flauto 

 

Un pezzo in Do maggiore per pianoforte (fortepiano?) viene citato nell’MGG 

 

 

MUSICA VOCALE

 

- C. H. Graun “Demofoonte” (1746) 

Arie:   “Tu sai chi son”

           “Prudente mi chiedi”

           “Non odi consigli” 

  

“Il Re Pastore” (1747). Serenata. Musiche di C. H. Graun, J.J. Quantz, Ch. Nichelmann, Federico II. 

Ouverture (Sinfonia in Re magg. , vedi sopra) 

Aria:          “Sulle più belle piante”

Recitativo ed Aria: “D’insolito contento.Nota v’è questa dea”

 

 - “Il trionfo della Fedeltà” , (1748). Pasticcio in un atto. Musiche di C. H. Graun, J.A. Hasse, G. benda, Maria Antonia di Sassonia, Federico II. 

Aria:   “Pensa ch’io son fedele” 

 

- C. H. Graun “L’Europa galante” (1748) 

Aria:   “Al suon di dolce canna” 

 

- “Galatea e Acide”, (1748) Pasticcio. Musiche di C. h. Graun, J.J. Quantz, Federico II. 

Aria: la stessa del precedente  

 

- C. H. Graun “Il giudizio di Paride” (1752). Pastorale in un atto. 

Aria:     “M’affanna il cenno” 

 

RIELABORAZIONE dell’Aria “Digli ch’io son fedele” dalla Cleofide di J.A. Hasse:

ABBELLIMENTI scritti espressamente per Antonio Hubert, detto Porporino

 

3 CANTATE scritte per il Porporino (perdute, almeno per ora). 

(In una lettera alla sorella Guglielmina, Federico menziona un’altra cantata intitolata “Virgilio”, anch’essa per ora perduta).

 

 

LIBRETTI D’OPERA 

 

In prosa francese 

“Silla” (1753). Musica: C. H. Graun 

 

In versi francesi  

“Montezuma”(1755) (Libretto già steso nel 1753) . Musica: C. H. Graun 

“I fratelli nemici”, tratto da Racine.  (1756) Musica: C. H. Graun 

“Merope”, tratto da Voltaire.  (1756) Musica: C. H. Graun  

Per “Coriolano” (1749) (Musica: C. H. Graun), Federico abbozza l’argomento. (Rivisto da F. Algarotti, per la versione definitiva  del libretto di L. Villati)  

Per “Il Tempio d’Amore” (Musica: J. F. Agricola) è certa la collaborazione di Federico 

Per   “Ifigenia in Aulide”, tratto da Racine. (1748)  (Musica: C. H. Graun) è attendibile la collaborazione di Federico. (Versione definitiva del libretto di L. Villati). 

Per “Fetonte”, tratto da Quinault. (1750) la collaborazione di Federico è dubbia.

 

 

 

Federico II suona l'amatissimo flauto

 

 

 

Ritratti e Immagini

 

 

 

 

 

A cura di  Veronica Fucci
caffarelli3@yahoo.it

 

www.haendel.it

 

Ultimo aggiornamento: 01-12-07